Il soffio subliminale della violenza sulle donne. Alito bastardo di una tracotanza vigliacca. Fatto di sorrisi di facciata. E di violenza privata. Pianti. Serenità apparente. E stridore di una psiche gettata in pasto alla solitudine dei sentimenti. E all’aridità di un amore presunto. Di un legame fatto di colla insidiata dal solvente. Cuore insultato. E mostri con l’abito di una dolcezza artificiosa. Padri esemplari dall’aggressività strisciante. Silenzio ed esplosione. Convergenza di opposti. Coincidenza di assurdità.

La moglie del poliziotto del tedesco Philip Gröning è il ritratto di questa follia. Una famiglia apparentemente serena. Madre. Padre. E una figlia di pochi anni. Un quadretto discreto. Uno scorcio di Germania qualsiasi. Ma dietro quella patina di apparente normalità, l’amore perfetto nasconde inquietudini e angosce. Christine, sposando il biondo Uwe, si era ritrovata nel talamo uno psicopatico violento che alternava momenti pacati alla brutale e selvaggia forza delle sue mani. Un’indole animalesca, tenuta nascosta alla figlia che adora quel papà a due volti. Il mite e il perfido. Due lati che arrivano perfino a mescolarsi e a produrre la più sotterranea e orrenda violenza privata. Nascondere i lividi delle proprie aggressioni sul corpo della moglie, come sintomi di una malattia che provoca perfino sgradevoli odori.

E’ il momento dell’insulto. Quando la forza delle mani nude del primitivo si alterna e si accavalla alla crudeltà di parole create ad arte. Inventate. Ferite nuove in un corpo consunto e in un’anima provata dal solco di una morte inflitta piano piano. Goccia a goccia. Lenta e implacabile erosione psicologica. Un vecchio – proiezione di quel poliziotto ormai anziano – accompagna le scansioni tristi di questi spaccati dall’anima ferita da frecce avvelenate. Il film di Gröning è al limite della sopportabilità. Difficile a consigliarsi. Difficile a vedersi. Denuncia implacabile, quanto condivisa e condivisibile, mette a durissima prova la pazienza e la resistenza cinematografica. Tre ore di spettacolo tra tensione, sopore e angoscia. Come la violenza. Come la persecuzione. L’attimo del sollievo è una finta pausa. Torna il dolore fisico. E psicologico. La pellicola è costruita su 59 “micrometraggi”, se con questo neologismo si vuol intendere episodi di tre minuti circa, indipendenti e – al tempo stesso –  complementari l’uno all’altro. Flash di vita quotidiana, talvolta rilassata, talora di drammatico confronto. Il tempo sembra non passare mai. I dialoghi sono ridotti al lumicino, spesso perfino assenti. O sostituiti da filastrocche infantili.

La moglie del poliziotto è il volto ripugnante della prevaricazione. Del maltrattamento senza rimpianti. Dell’arroganza dell’arma che uccide un cervo, travolto da un’auto, e una mano che si abbatte pesante sul volto e sul corpo della compagna di vita. Gröning mostra il volto truce di questa doppiezza, il mite che diventa persecutore. Ma resta un interrogativo irrisolto. Che cosa importa il destinatario della violenza, in fondo… Se l’aggressione sul corpo, sull’anima e sul cuore di una donna è un momento di personale abiezione a livello di sub-umanità, lo stesso si può – e si deve dire – nel caso in cui identici atti vengano compiuti ai danni di bambini, uomini e animali. O qualsiasi altra forma di vita. E’ la violenza, insomma, ad essere nel mirino. Il bersaglio poco conta. Anche se in partenza quella vittima ha il sapore e i contorni dell’agnello sacrificale. Anche se quella violenza nasce da patologie mentali. O da tare nelle tappe di una civilizzazione soltanto presunta. Appena iniziata. Ma mai del tutto compiuta.

incorporato da Embedded Video

Tag: , ,