Il sole tramonta sempre per noi tre

 

 

 

 

Regata in solitario. Oceano aperto. Barca a vela. La sfida contro gli elementi. Condizioni uniche per sorprendersi finalmente lontano da tutto. Illusione acquatica. Sale sulle ferite dell’anima. Lotta quotidiana con sé stessi. Contro sé stessi. E schiere di sconosciuti. Anche là dove nessuno dovrebbe arrivare. Oasi remota di quotidiana umanità. E invece. Unica assente, la solitudine.  L’impossibile accade e non una sola volta. L’irraggiungibile navigatore scopre che lontano migliaia di miglia. Nel fragore di onde assassine. In balìa dell’infida meteorologia. Ci si può trovare in mezzo a tutti. Mai soli. Mai faccia a faccia solo con sé stessi.

Quello che accade a Yann Kermadec (François Cluzet) è paradigmatico. In solitario, di Christophe Offenstein è film emblematico. Ma solo in teoria. Il velista parte per una regata che deve compiere il periplo del mondo. Solcare l’Atlantico fino al capo di Buona speranza, procedendo in senso orario con la circumnavigazione dell’Antartide, doppiando capo Horn per poi proseguire fino alle coste francesi da dove era partito. La competizione è nota come la Vendée globe, nata per iniziativa di Philippe Jeantot nel 1989, in calendario ogni anno da novembre a febbraio per consentire ai timonieri di affrontare i mari antartici durante l’estate australe. La manifestazione è aperta solo ai più esperti. In lizza solo chi può dimostrare di aver compiuto traversate transoceaniche oppure a chi ha già preso parte alla Vendée globe.

Yann non brilla, soprattutto all’inizio e tutto si complica quando una pinna dello scafo si deteriora ed è necessario ripararla. Si ancora al largo delle Canarie e mentre è intento ad aggiustare la parte lesa, uno sconosciuto clandestino s’intrufola di soppiatto in barca e si nasconde. Quando se ne accorge, Kermadec ha ormai ripreso il mare e si ripropone di lasciare quel ragazzo alla prima terra possibile. Il Brasile. L’operazione si rivela impossibile perché i giudici di gara, collegati via telefono all’imbarcazione, chiedono a Yann di soccorrere un’altra concorrente vittima di un naufragio con la barca capottata. L’operazione va a buon fine. Yann nasconde il ragazzo e la verità, temendo la squalifica. E confesserà soltanto al caposquadra quando non sarà più possibile tacere.

Film di grande dolcezza e di buoni sentimenti, In solitario non rappresenta l’ormai frequentata tematica dell’uomo in conflitto  con la forza della natura. Piuttosto prevale il motivo dell’impossibilità di restare soli anche quando sono le regole del gioco ad imporlo. Nella pellicola di Offenstein, il clandestino riveste molti motivi diversi. E’ allo stesso tempo la speranza di raggiungere la Francia per trovare cure che rappresentano salvezza e guarigione, ma anche la pietà che costringe Yann a portarselo dietro, incapace di abbandonarlo all’abbraccio mortale. Quel sedicenne fuggito dalla Mauritania è il volto del reietto, rifiutato anche in mezzo al mare, ma tollerato perché non si uccide. Volto umano di meticci boat people che approdano su coste della salvezza, prede della disperazione.

Lo stesso terrore che si dipinge sul volto della concorrente inglese naufragata e soccorsa da Yann. I rovesci della malasorte e del destino. L’attesa di un salvagente. Il soccorso provvidenziale. Salmastro come era stata la sciagura. E la fine era una lenta agonia in cui quella donna era spettatrice del suo stesso estinguersi. Infine la tecnologia. Yann non è solo. In mezzo all’oceano come nel centro di Parigi. A sostenerne la presenza sono le apparecchiature medicali collegate con la direzione di gara. I collegamenti skype su piccolo e grande schermo che hanno due declinazioni diverse e non casuali. La famiglia, il contesto privato e ristretto. La gara, il mondo allargato di una platea che butta gli occhi addosso a quella imbarcazioni in gara. E i tablet, che tengono in contatto Yann con la figlia e la compagna di vita. Informatica parte integrante della vita dell’uomo nel XXI secolo. Automazione come cordone ombelicale. Diagnostica terapeutica e condivisione di tempi e momenti. L’uomo non è solo. Nemmeno nel folle turbinio di una natura implacabile. La domanda diverge ora sulle regole del gioco che prevedono che impongono solitudine. In un mondo in cui nessuno è più capace di… navigare in solitario.

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