“Se tu sei il primo a non crederci, quello che fai non servirà a nessuno”

 

 

 

 

 

Aver compassione. E’ il significato del verbo latino “miserere”. Assolutamente impersonale, come lo definisce la stessa grammatica. Tuttavia, Miserere è anche un cognome. Lei, di nome, faceva Armida. E aveva 47 anni, nel 2003. Quando si uccise con un colpo di rivoltella alla nuca. Sono in pochi a ricordare questa direttrice carceraria – che oggi definiremmo ideologicamente progressista – con la fama di donna dura e intransigente, convinta però che una casa di detenzione dovesse ricostruire e rieducare il recluso, per restituirlo alla società in una veste nuova. Non ci riuscì, Armida Miserere. A raggiungere il traguardo fu, più spesso, il suo compagno, Umberto Mormile, assassinato in un agguato di camorra e ‘ndrangheta nell’hinterland milanese. A Binasco. Era il 1990. Armida sognava di avere un figlio da lui. Una gravidanza si era interrotta prematuramente, ma Mormile non ebbe il tempo di regalarle una famiglia.

Come il vento di Marco Simon Puccioni, giovane regista con vari documentari alle spalle, è la storia di un amore che il carcere, istituzionalmente inteso, ha portato via. E ha spezzato vite. Speranze. Sogni. Ambizioni. Poco prima di interrompere la sua esistenza, Armida Miserere (Valeria Golino) ha spiegato i motivi di quel gesto. Ha parlato di sé come una donna cambiata. Ormai priva di capacità di comprensione. Generosità. Sentimento. “L’amore per me è solo sesso, ormai” risponderà con il cuore a pezzi. E, poco prima di rivolgere la pistola verso sé stessa, chiederà la cremazione e lo spargimento delle sue ceneri al vento “perché vento sono stata”.

Quella di Armida Miserere è la storia di una donna che, dal suo ruolo di direttrice delle carceri, ha ottenuto il successo professionale, ma ha visto crollare il suo mondo e la sua vita personale.  L’eliminazione del suo compagno rappresenta la fine del sogno di costruirsi una vita affettiva e familiare. Nessun altro legame riuscirà ad abbozzare un futuro di egual tenore. Cuore ferito. Cuore sconfitto. Avvelenato. Armida è di fatto una vedova cui spetterà l’angosciosa condanna di non poter avere giustizia per il sicario del suo uomo. I suoi sospetti sul colpevole si riveleranno esatti, ma soltanto a un maxiprocesso contro la criminalità organizzata emergerà la verità su ciò che accadde. L’educatore carcerario fu ucciso per vendetta e volere di un boss, al quale egli non aveva potuto concedere il trasferimento dal carcere di Opera, nel Milanese, alla casa circondariale di Parma. Questo costò la vita a Umberto Mormile (Filippo Timi) e, di riflesso, anche la fine di ogni aspirazione della Miserere a un legame sentimentale.

Eppure, quei colpi di arma da fuoco che, a un semaforo, troncarono i giorni dell’educatore carcerario hanno mandato in frantumi anche il concetto di giustizia. I responsabili di quel delitto andarono a giudizio in Assise nel maggio 2003. Armida Miserere era morta da qualche settimana. L’inaridirsi di ogni prospettiva sentimentale e giudiziaria temprarono il morale e la determinazione di quella donna che, mano a mano, si scoprì diversa da quell’Armida Miserere, ritrovatasi in dolce attesa, desiderosa di una tranquilla vita more uxorio. Il film ricostruisce un fatto italiano che ha il sapore della tragedia. Il montaggio a singhiozzo, non sempre ineccepibile, conferma questa chiave di lettura che conferisce drammaticità alle sensazioni. I successi di Armida Miserere stridono in maniera violenta con il precipitare della protagonista come essere umano. Controtendenze narrative. La direttrice, stimata dalla magistratura antimafia, era diventata un simulacro. Un essere umano al quale di umano era rimasto ben poco.

Come il vento ha il merito di risvegliare la memoria su un fatto, ingiustamente dimenticato, ma soprattutto ha il pregio di mettere l’accento su un tema particolare. Il carcere è luogo frequentatissimo nel cinema, tuttavia in questa prospettiva assume una connotazione di distruttività, non rivolta soltanto a chi in cella viene detenuto per scontare una pena, ma anche a chi intorno alle case circondariali gravita con mansioni differenti. La pellicola di Puccioni tocca il tema della riabilitazione dei carcerati, attraverso la drammaturgia e i lavori sociali. La difficoltà di plasmare uomini nuovi. Il raggiungimento di questo traguardo a fronte di sconfitte concrete. Si veda a questo proposito l’incontro in cui un detenuto – quello da cui partirà l’ordine di uccidere – dona a Mormile una ghirlanda che odora di morte. Un regalo, travestito da messaggio, che l’educatore non coglie. E’ l’equivoco. La difformità della comunicazione tra l’onesto e il malvivente. La fine. Ufficiale. Come il vento.

 

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