-Ho scoperto che mio marito  Hal ha un’altra relazione…

-Una sola…

-Perché, lo sapevi?

-Ne ha almeno quattro. E l’unica a non saperlo eri tu…

 

 

Jasmine è cieca, pur vedendoci benissimo. Perché si può essere non vedenti anche con dieci diottrie. Senza bastone bianco. Né pastore tedesco rossocrociato. E Jasmine appartiene a questa categoria. Più cieca di chi, la vista, l’ha perduta davvero. O forse non l’ha mai avuta. Jasmine vive nel mondo, ma non si accorge di nulla di ciò che quel mondo profila. Vive del giudizio altrui. Sopravvive dell’altrui considerazione e in quella misura valuta se stessa. Occhiali da sole all’esterno ed espressione da eterna fanciulla al chiuso di stanze e grandi alberghi,  avverte gli abbagli solo quando tutto le crolla fatalmente addosso. Jasmine, sposatasi con un magnate che la tradisce sotto gli occhi, non si avvede di alcunché. A differenza dell’universo attorno a lei. E quando quel mondo, il suo mondo, si sgretola, la “piccola” Jasmine entra in una crisi profonda. Parla da sola. E si imbottisce di antidepressivi.

Blue Jasmine di Woody Allen è la storia di una donna che non ha il coraggio e nemmeno la capacità di guardare la realtà. Fortemente nelle corde del regista newyorkese, benché non all’altezza dei suoi migliori lavori, il film  racconta la parabola di Jasmine che perde la bussola quando il marito fedifrago finisce in carcere, perché responsabile di una gigantesca truffa alla Madoff. Quel crac si rivela tuttavia il suo stesso personale fallimento. Pur senza colpe nella bancarotta, quel buco improvviso si rivela una metafora della vita di Jasmine che finalmente prenderà consapevolezza di tutto ciò che finora aveva sottovalutato. Le tresche sentimentali del compagno. I soldi facili. Il nulla effimero di feste e spocchie miliardarie.

Il precipizio sa di angoscia. Allacciare le scarpe alle donne che ospitava in casa propria, come commessa di un negozio di calzature, è la rappresentazione per immagini dell’umiliazione. Un percorso amaro che si completa nella scena del film in più marcato stile Allen, quando Jasmine racconta per sommi capi ai due nipoti la sua incresciosa situazione. Lascia tutto, Jasmine (una Cate Blanchett da Oscar). E si trasferisce dalla sorella Ginger (Sally Hawkins) di cui non sopporta il fidanzato – “perché è un perdente” – né l’ex marito e neppure il tecnico del suono al quale si lega per un flirt. Ma Jasmine è sempre la solita Jasmine. Non cambia nemmeno dopo aver raggiunto il livello più basso del suo declino morale e umano. Continua a cercare negli altri la verifica di sé stessa. E resta disgustata dalle avances del dentista che assiste come segretaria, ma si compiace della stima di un diplomatico, sedotto dalla sua eleganza e dal suo stile.

Jasmine entra così con entrambi i piedi in un nuovo fallimento costruito dalle sue stesse esitazioni. Non riesce a imporre la propria personalità. Non sa essere. Sé stessa. Non sa essere donna capace di osservare, con obiettiva freddezza, la realtà. Woody Allen ne sottolinea i pericoli. In quei femminei tratti indica i rischi di chi si nasconde davanti alle certezze. Si ostina a non vedere. Non voler vedere. Nella filmografia del regista, Blue Jasmine ricorda le pellicole più logorroiche di Allen nei dialoghi sostenuti da Ginger e la sorella, le interminabili contese sui diversi punti di vista, i litigi e le incomprensioni con il ruspante fidanzato di Ginger. Un’alluvione di parole come già in molti altri precedenti film ma, a differenza di questi, mancano le frasi fulminanti, i guizzi celebri, i paradossi a cui il genio della Grande mela ci ha abituati in oltre trent’anni di prestigiose creazioni cinematografiche.

Ai due personaggi femminili di Blue Jasminedanno spessore le recitazioni delle due attrici, immerse non a caso nelle cornici cittadine di una New York sfolgorante negli anni del successo e una San Francisco dei bassifondi nei rovesci sentimentali e non solo. Due città come emblemi. La Manhattan – tanto cara a Woody – come icona degli affari, della ricchezza e dei traguardi raggiunti. San Francisco del “liberi tutti”, dell’arte di arrangiarsi, della multiforme varietà dell’umano bestiario. Ma due città che sono e sono state le capitali a stelle e strisce del cinema. Nel passato come nel presente. La sponda atlantica della metropoli “economica” e la sponda del pacifico che tra Frisco e Los Angeles è la patria di Hollywood e degli studios.

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