Ti sei sempre chiesto chi ti ha sequestrato, ma non ti sei mai domandato perché sei stato liberato…

 

 

 

 

Oltre. Oltre le immagini. Oltre il visto. Oltre il visibile. Al di là del tessuto linguistico e narrativo, fatto di iperboli. Metafore. Paradossi. Al di là di fotogrammi. Dentro le sequenze. Superando costrutti e costruzioni. C’è un modo di guardare il cinema che è appunto. Oltre. Oltre, per capire. Oltre, per apprezzare. Oltre, soprattutto, per dare significato. Oltre, per valutare lo spessore. E’ la dinamica necessaria per dare il giusto valore ai film di Spike Lee, un regista che spessissimo ricorre all’uso di immaginifiche esagerazioni e sproporzioni nel linguaggio cinematografico. Non si sottrae alla consuetudine nemmeno Old boy, che sembra l’ideale completamento – più che la continuazione – di teoremi anticipati in Miracolo a Sant’Anna. Il collegamento fra le due pellicole, divise da un lustro, non è certo costituito da affinità contenutistiche – la fabula delle due pellicole è profondamente differente – ma tematiche. Lo spunto della vendetta, solo accennato nell’opera del 2008, seppur a fianco di altri motivi, sembra completarsi ora con Old boy in una più ampia varietà di sfumature.

La trama, molto articolata e complessa, è ricca di colpi di scena e sorprese. Un pubblicitario in difficoltà, mezzo ubriacone e con un divorzio alle spalle, è improvvisamente e inspiegabilmente vittima di un sequestro di persona. Viene recluso nella stanza di un motel da cui non può vedere l’esterno e per vent’anni è segregato senza spiegazioni e senza nemmeno conoscere chi ha voluto rapirlo. Da questa sua improbabile “cella” egli viene messo al corrente degli avvenimenti più importanti, che al regista servono per scandire il trascorrere degli anni di prigionia. In quest’ottica il giuramento di Clinton, quello di Bush, l’attacco alle Torri gemelle e l’uragano Katryna che sconvolge New Orleans, dove il film è ambientato, consentono di misurare la detenzione di Joe (Josh Brolin già visto in Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen, Milk di Gus Van Sant e Wall street – Il denaro non dorme mai di Oliver Stone).  Altrettanto misteriosamente, allo scoccare dei vent’anni, Joe viene liberato e, da quell’istante, egli – ormai un uomo nuovo, riscattatosi dall’alcolismo – dà la caccia a chi lo ha voluto rapire. Un malvagio che ha fatto ricadere sul recluso le colpe di chi invece nel frattempo ha stuprato l’ex moglie del pubblicitario, uccidendola e lasciandone la figlia a un destino randagio.

Joe, come un giocattolo nelle mani del suo torturatore, si ritrova libero con un pacco di dollari in tasca e un I-phone 5, che non sa usare perché ignora l’esistenza e l’uso di internet. A gestire le mosse è l’oscuro burattinaio che arriverà a un confronto finale con un Joe, ormai provato dal dolore fisico e morale, per dare un nome più che un volto al suo misterioso aguzzino. Quest’ultimo, pur accettando di mostrare i propri lineamenti continua a tenere sotto scacco il suo rivale, costringendolo ad affrontare una sfida mortale per la verità. La vendetta sarà insomma un affare a due, in un gioco che finirà per inghiottire altri innocenti. O presunti tali.

L’epilogo chiarirà gli interrogativi, lasciando sorpresa la platea che, a questo punto, avrà tutte le risposte ai suoi interrogativi, ma dovrà decidere in quale prospettiva valutare il film. Ad un rapido esame dell’intreccio si scoprirà che Old boy è un dignitoso thriller, ricco di scene e avventure totalmente inverosimili. Joe combatte contro decine di avversari che riesce a debellare, pur avendo un coltello piantato nella schiena. Il sequestro di Joe appartiene alla sfera dell’assurdo più che del probabile. E ancor peggio accade con la liberazione. Il prigioniero viene rilasciato in una cassa scaricata nel bel mezzo di un verde prato di cui, nelle precedenti riprese non si conosceva né intuiva l’esistenza. Difficile immaginare che un motel sia una prigione invalicabile e a prova di fuga. E le incongruenze e incongruità possono proseguire. Forse all’infinito.

Parte di esse si spiegano con le origini di Old boy che nasce come un manga, pubblicato in Giappone, in otto volumi, negli anni Novanta. La vicenda si trasforma nel 2003 in un film di alto livello del coreano Park Chan Wook e ora viene completamente rivisitato dal regista afro americano. I combattimenti di Joe contro gli sconosciuti dai lineamenti orientali con mazze di legno in mano, sono la traduzione in ambito americano di quelli che furono i corpo a corpo a base di arti marziali in cui si sfidavano i protagonisti del fumetto nipponico e della sua versione coreana. In questo taglio, la pellicola di Spike Lee rischia di trasformarsi in una deludente miniera di inutili quanto appariscenti violenze per compiacere il botteghino e gli amanti dei soliti scontri e delle fantasie sconfinate ai limiti del plausibile.

Diverso invece appare Old boy a uno sguardo che oltrepassi la banale pretesa di cinematografia abbarbicata al reale, al punto da doverne essere copia o addirittura fotocopia. Old boy è il contrario di quello che è un film minimamente legato al realismo. O alla riproduzione fedele del vero. O quanto meno del probabile. Spike Lee, si sa, parla per paradossi. Fa dell’iperbole la moneta in corso legale della comunicazione, anche per immagini. E pure in questo caso la scelta viene confermata. L’esagerazione però è al tempo stesso controfigura di un’altra sproporzione,  stavolta legata al tema. Quella che nel film si consuma è una doppia vendetta. Il prigioniero, ormai libero, che vuol farla pagare a chi gli ha sottratto vent’anni di vita, gli ha ucciso l’ex moglie e messo in pericolo la figlia. Il torturatore che mette in opera il gigantesco ordito per soddisfare antichi rancori, mai seppelliti dagli anni di gioventù.

La sete di rivalsa è dunque l’asse che proviene da lontano. Da Miracolo a Sant’Anna, appunto, dove un impiegato postale – per vendicarsi – uccide un partigiano che lo aveva tradito negli anni della guerra. In Old Boy il tema si articola e si sviluppa. Sempre attraverso i paradossi che avevano caratterizzato anche  Miracolo a Sant’Anna, Spike Lee racconta due forme diverse di ritorsione per arrivare a sviluppare la più sottile e vigliacca quanto efficace e mortale punizione sia possibile infliggere a un essere vivente. Sottrargli il futuro. E con esso l’impossibilità di condividere attimi di vita con la figlia perduta, casualmente ritrovata e poi persa per sempre, ad opera di quel burattinaio-torturatore. Il regista scende quindi nel dettaglio della vendetta stessa, cogliendone le differenze, le sfumature, perfino le ambizioni. Ma andando oltre. Oltre il classico desiderio di uccidere il  sequestratore, fino alla perfida e brutale ritorsione di minare il domani e condannare il rivale a un perpetuo castigo che va al di là della morte stessa del malfattore di turno. antichi rancori, mai seppelliti dagli anni di gioventù.

Anche la vendetta dunque ha le sue declinazioni e colorazioni. E queste sono le tinte del film di Spike Lee che, in questa prospettiva, può meritare forse un giudizio di merito più rotondo e convinto. Andando oltre. Oltre il cinema. Oltre le immagini. E forse, addirittura, oltre Spike Lee.

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