Ti amo perché mai hai chiuso gli occhi sulle mie disarmonie

 

 

 

 

 

Lustrini e paillette. Profumo anni Cinquanta. Amore demodé. E riservatezza. Dietro i candelabri, il buio. Ombre di un sentimento che la luce non può. Non deve. Illuminare. Non erano tempi da uscire allo scoperto, quelli. E Valentino Liberace fu Salvatore, Lee per tutti in America, allo scoperto non uscì mai. Mai sollevò il velo sulla sua omosessualità. Nascosto dietro i candelabri. Dietro fantasmagorici bagni. Dietro piscine con vasche immense e forme curvilinee. Dietro pianoforti disegnati. E pianoforti veri. Ma, finti o reali che fossero, tutti suonavano. Oro e broccato. Sete e abiti eccentrici. Fantasmagorici. Colori. Luci. Suoni. E immensi coni d’ombra che nascondevano. Uomini che amavano altri uomini. Donne come paravento. Schermi filtranti il raggio dell’omofilia.

Valentino Liberace fu Salvatore è morto da apolide del sesso. Era il 4 febbraio 1987. Fu uno dei primi morti di Aids. Lo aveva preceduto Rock Hudson, sex symbol maschile per generazioni. Il caso che fece capire al mondo come l’Aids fosse una croce pure per gli eterosessuali. E lo seguirono nomi notissimi come Freddy Mercury – nel 1991 – tra i musicisti, il regista e produttore Tony Richardson nel 1991 e Anthony Perkins, il Norman Bates di Psycho di Hitchcock un anno dopo. Lee negò tutto. Le complicazioni della malattia. Il crollo. Si rintanò in casa e fece quadrato intorno a se stesso. Prima che per gli altri, l’omosessualità sembrò forse un tabu proprio per lui.

Dietro i candelabri di Steven Soderbergh è una storia d’amore. E’ la storia di quell’amore che legò Lee a Scott. Liberace a Thorson. Il pianista al giovane che lo amò indiscriminatamente. E accettò un lifting per assomigliargli. Sacrificò ambizioni e aspirazioni professionali per dare la felicità a quel pianista che, come nessun altro, sapeva bucare lo schermo della neonata televisione e arrivare al cuore degli spettatori. Doni, ricchezze e automobili che avevano reso più patinata ed edulcorata quella vita da paggetto sexy con l’anima efebica di un artista rampante. Scott Thorson non decollò mai nell’empireo musicale, ma amò profondamente un uomo che prima di Elton John, prima di David Bowie, prima di Elvis Presley e prima di Madonna aveva saputo essere egli stesso lo spettacolo.

Lee e Scott si amarono senza confini dietro lussi e candelabri. La passione durò cinque anni. Un’unione apparentemente incrollabile crollò per due scosse violentissime. La promiscuità sentimentale del pianista e la dipendenza dalla cocaina di Thorson che non andò mai giù al virtuoso. Le strade si divaricarono non senza strascichi. Il giovane chiese addirittura gli alimenti a quella stella della ribalta ma firmò la transazione. Vinse Liberace e Thorson se ne andò. Ma fu l’uomo che gi restò vicino in quegli ultimi tragici giorni in cui Liberace peggiorò fino alla morte. E sempre Thorson, che in seguito ebbe una vita burrascosa, prima come testimone di giustizia sotto protezione contro un bandito accusato di quattro omicidi, poi condannato per una serie di pagamenti a vuoto emessi con carte di credito, scrisse il romanzo di quell’amore “Dietro i candelabri. La scandalosa vita di Valentino Liberace, il più grande showman di tutti i tempi”.

Da essa Soderbergh ha preso spunto per il film in cui Michael Douglas veste i panni del pianista morto di Aids e Matt Damon quelli del suo etereo amante. Una squadra di alto livello che comprende anche Rob Lowe, l’ex Blues brother e acchiappafantasmi Dan Aykroyd, oltre a Debbie Reynolds. Film patinato di grande pregio, costruito sull’eccellente recitazione dei due protagonisti, Soderbergh sorvola troppo sulla caratura artistica di Liberace a vantaggio di una narrazione centrata quasi unicamente sull’aspetto sentimentale. Liberace non fu solo questo, anche se i suoi amori occuparono una parte consistente della cronaca mondana di quegli anni. E la sua granitica riservatezza tentò di creare una barriera impenetrabile a chi tentò di oltrepassarla. L’artista era personaggio troppo eccentrico, troppo apprezzato e troppo famoso per non destare la curiosità e l’interesse del pubblico. Alla sua parabola artistica, ai suoi meriti di virtuoso del piano, ai suoi ingaggi vertiginosi e astronomici mai così alti prima di allora nel jet set dello spettacolo, Dietro i candelabri non rende il giusto valore e significato. E troppo poco si indugia perfino sull’impatto popolare provocato da quella morte per Aids, fra le prime a sconvolgere il mondo della musica, in anni in cui la malattia stava espandendosi progressivamente. Lacune che non ridimensionano l’alta qualità cinematografica del film, ma precludono l’esatta e completa percezione del fenomeno Liberace. Tutt’altro che solo un artista omosessuale, geloso delle sue inclinazioni, fors’anche a causa della sua devota fede cattolica.

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