Il mondo è pieno solo di perversione. Per questo ho deciso di isolarmi dal consorzio umano…

 

 

 

 

Alceste non è nome da XXI secolo. Profuma d’antico. Sa di teatro. Intriso di quell’odore di chiuso e polvere che assale chi entra all’improvviso in una sala chiusa. Magari, da tempo. Velluti da sipario abbassati. Luci tristi. Baluginanti. Stanche lampade incerte. E costumi d’epoca. Alceste. Alceste non va in bicicletta. E non finisce nei fossi. Alceste si muove sul palcoscenico. Lirico e classico.  Moliére e Gluck. Il Seicento di Jean-Baptiste Poquelin, più noto come il padre del Tartufo. E del Misantropo. Il Settecento del compositore tedesco. Ma questa è un’altra storia. Quella raccontata da Philippe Le Guay ha come protagonisti Serge e Gauthier. Il regista, da buon francese, si ferma sulla soglia di casa propria. Ma Moliére, lui sì, c’entra eccome.

Moliére in bicicletta è un’immagine. Una fantasticheria. Eppur vera. Gauthier, attore di successo e di grande popolarità, va sull’Île de Ré a trovare Serge (Fabrice Luchini, già visto Nella casa di Ozon) , amico e collega che vive là come in una sorta di Aventino, su cui si è auto segregato, in grazia dell’avversione alimentata contro la falsità del mondo teatrale da cui era uscito. Gauthier gli propone di tornare sulle scene – accanto a lui – nel Misantropo di Moliére e gli offre la parte di Filinte, l’amico di Alceste. Serge rifiuta, vuole fare il primattore, baratta e trattiene Gauthier, deciso sulle prime ad andarsene. I due si accordano di alternarsi i ruoli di Alceste e Filinte e per alcuni giorni provano in modo incessante i testi della commedia. Le giornate fuggono rapidamente grazie anche alla conoscenza di Francesca (Maya Sansa de La Meglio gioventù di Marco Tullio Giordana e L’uomo che verrà di Giorgio Diritti)  un’italiana che, dopo un divorzio difficile e particolarmente amaro, sta smantellando casa per trasferirsi. Il triangolo riserverà sorprese davanti all’iniziale avversione della donna per gli attori, salvo poi tornare sui suoi passi e ricucire con entrambi un’amicizia difficile. L’amore per Francesca dividerà Serge e Gauthier, coinvolgendo in questa rinnovata e implacabile rivalità anche la vita familiare dei due artisti. Strade che si divaricano lasciando dietro di loro un solco incolmabile di traumi e divisioni.

Il film ha un’impostazione molto teatrale, motivo di forte attrazione Oltralpe. Al filone appartiene l’ultima fatica di Polanski, Venere in pelliccia, ambientata appunto in questo ambito. Benché più strettamente. Le Guay si allontana da sipari e velluti che restano però idealmente sullo sfondo delle parole. Serge e Gauthier di fatto recitano il Misantropo. In ogni dove. Tranne in teatro. E lo recitano anche in bicicletta. Cadendo in un fosso. Inseguendosi. Davanti a Francesca, quell’unica spettatrice di un uomo che continua a trovare nella sua vita e nel testo di Molière applicato alla sua quotidianità, le ragioni di quella misantropia. La donna, ormai abbandonata dal marito, è sola anche in platea, ma soltanto apparentemente. A recepire quei versi c’è una giovane attrice porno che, nella simulazione cinematografica e teatrale, rappresenta il grado zero della professione. L’inizio. Il nudo trasfigurato. Un’anima spoglia là dove si spoglia il corpo.

Apparenza. Nulla accade e la pur procace signorina non abbassa veli. Ascolta le schermaglie dei due marpioni. Li applaude. Sembra la sola a doverne godere. Apparenza. Al suo fianco c’è la platea del cinema ad assistere con lei a quell’improbabile recitazione teatrale, che diventa invece una probabilissima dimostrazione di sentimento agorafobico. Odio verso l’uomo. Qualunque uomo. E Gauthier finisce nel mirino di Serge. Francesca ne diventa invece lo strumento, sullo sfondo di un’equazione direttamente derivata dallo stesso Molière con l’italiana nei panni di Célimène, appena accennata e di un Alceste che, inizialmente spinto da Gauthier fuori dal proprio isolamento, finisce per identificare Serge e Alceste in un unico essere-uomo-attore-personaggio. Una fusione che non si smentisce nemmeno quando il protagonista si ritira nel suo rinnovato Aventino, ma Gauthier, ormai libero di sentirsi Alceste, sbaglia le battute, perde i colpi. E rimane un Alceste a metà.

Alceste à bicyclette,  questo il titolo originale, che in italiano è stato tradotto con un intrigante Molière in bicicletta senza stravolgere significati e contenuti, è un film di grandissimo garbo ed ironia. E sa piacere e piacersi. Particolarmente indicato a chi ha fatto o fa del teatro un’occasione di studio, un mestiere o semplicemente una passione, il film mostra una distaccata ma penetrante capacità di satira che non si vergogna di invadere qualsiasi attitudine. Perfino quella, spesso poco sindacata o addirittura insindacabile, di chi si allontana per propria volontà dal consorzio umano. Un binomio dal sapore verghiano che evidenzia però in maniera inconfondibile la lontananza del misantropo dal mondo. E ammicca a un’italianità citata anche dalla canzone di Jimmy Fontana, Il mondo, a un’inopinata seconda fortunata gioventù, dopo i fasti degli anni Sessanta.

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