Per qualcuno, ogni tanto, vale la pena sciogliersi…

 

 

 

 

 

C’era una volta Simba. C’era una volta la Sirenetta. C’era una volta La bella. Con Bestia a rimorchio. C’era. Oggi c’è Elsa, una principessa – guarda caso – che come re Mida trasformava in oro tutto quel che trovava, lei fa diventare di ghiaccio ogni oggetto a portata di tiro. Per questo crudele e infame destino finisce isolandosi su un cocuzzolo ghiacciato, fuori dalla portata della sorellina Anna, che invece la vuole aiutare. Ci si mette di mezzo anche un principe azzurro in versione contadina. Una sorta di taxi trainato dal mirabolante Sven, una renna a prova di salti, piroette, miracoli. E soprattutto instancabile. A sostenerli moralmente anche Olaf, il pupazzo di neve più simpatico dell’universo dei cartoni animati.

Inutile dire come finisce Frozen – Il regno di ghiaccio di Chris Buck e Jennifer Lee. Dritta è la foglia stretta è la via, l’amore trionfa in ogni compagnia. In fondo è Natale. Se si pensa che lo spettatore tipo è “under ten”, come potrebbe esserci un tocco d’amaro… E invece un po’ d’amaro, almeno in avvio, tocca masticarlo. Alle due sorelline, Anna ed Elsa, infatti muoiono prematuramente i genitori e il regno di Arendelle finisce nelle mani di quella reginetta stile re Mida del ghiaccio. Un’equazione fin troppo ovvia. Gli sgradevolmente taumaturgici poteri di Elsa rappresentano l’inaridirsi e il raffreddarsi dei sentimenti. Il potere del Male. L’ibernazione. L’incapacità di sovvertire i rigori. E sciogliere, con il calore umano, il freddo glaciale della perfidia. Questo il punto di partenza, quello d’arrivo è che appunto il Male viene sconfitto, il Bene trionfa. E non si sa se tutti poi vissero realmente felici e contenti, però avevano rischiato di vivere assai peggio.

Il rischio è che i bambini del Duemila – di gran lunga più brillanti dei loro coetanei di mezzo secolo fa – non ridano affatto davanti alle corse a perdifiato di Sven con Anna, Olaf e il rude Kristoff, suo padrone, in groppa. C’è pure il rischio che si stufino un po’ perché se è vero che la qualità del cartoon è fuori discussione, è anche vero che poche – pochissime – sono le battute divertenti e molti – moltissimi – gli stereotipi più consumati, con l’effetto di togliere suspense e novità a una falsariga quindi scontatissima. Le principesse sono dunque due, perché non ce ne bastava più una sola. Per la gioia dei più grandi che accompagnano i più piccini, non sempre e non solo per il piacere di questi ultimi. Il principe azzurro ha modi brutali ma efficaci e non viaggia in sella a un destriero, ma a un cervide che normalmente è il ritratto delle placide scorazzate di Babbo Natale.

Le novità finiscono qui. Per il resto ci sono cattivi e cattivissimi. Ci sono i malvagi loro malgrado che si lasceranno sedurre dalle sirene del Bene e quelli che non si faranno ammaliare. Come in ogni favola che si rispetti e dunque anche in questo intreccio, rispolverato direttamente dalla Regina delle nevi di Hans Christian Andersen, pubblicato per la prima volta nel 1845,  Il malvagio sarà punito il Bene trionferà e il sole riprenderà miracolosamente a splendere sul regno di Arendelle, con buona pace di Olaf che, da buon pupazzo di neve è affascinato della luce solare e preoccupato dal calore che produce. In buona sostanza rispetto ai classici Disney che hanno fatto la storia dell’animazione cinematografica, Frozen non costituisce un passo avanti né un evento memorabile. Da sottolineare il disegno dei personaggi, diversissimo dagli animali celebri che hanno popolato le gallerie Disney negli anni. Gli stessi protagonisti “umani” hanno ormai le fattezze estetiche di semplici pupazzi, spesso incapaci di fa scoccare la scintilla dell’innamoramento, per quanto ben curati nei particolari.

A sfiancare la resistenza umana dello spettatore – grande o piccino che sia – c’è una colonna sonora di 33 melodiche e sdolcinate canzoni, interpretate da molti autori, su composizioni di Christophe Beck, ispirate in qualche caso a canti nordici norvegesi, cui la favola di Andersen più o meno esplicitamente si collega. I brani originali sono opera di Kirsten Anderson Lopez e Robert Lopez e sono eseguite da un’orchestra di 80 elementi e 32 vocalist ai quali si sovrappongono le voci del doppiaggio italiano: Serena Rossi (Anna), Serena Autieri (Elsa), Enrico Brignano (Olaf), Paolo De Santis (Kristoff), Massimo Lopez (padre dei Granpapà).

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