Cinema e postmodernità. Discorsi affollati, talvolta perfino alluvionati, da un binomio che monopolizza temi e maniere. Manierismo cinematografico. Manierismo che accompagna questi anni a cavallo tra nuovo secolo e nuovo millennio. Teorizzazioni spesso sfuggenti o difficoltose, benché chiare nelle parole di molti studiosi. Linee di tendenza che emergono con chiarezza nel volume Joel e Ethan Coen (Marsilio, pp. 191, euro 12,50), curato da Giacomo Manzoli, docente di Storia del cinema a Bologna, che si compone di sei saggi di altrettanti autori più un’esaustiva panoramica iniziale sull’opera dei due fratelli americani dal loro esordio al recente Inside Llewyn Davis, presentato all’ultimo festival di Cannes.
E il denominatore comune di tutti questi scritti che compongono il volume è proprio quello di sottolineare l’appartenenza – di fatto e di diritto – delle opere dei Coen alla postmodernità. I film esaminati in successione cronologica – Blood simple, Mr Hula Hoop, Fargo, Il grande Lebowski, L’uomo che non c’era, Non è un paese per vecchi – tendono infatti a dimostrare una tesi unitaria. Risalta così come la contaminazione dei generi sia uno degli aspetti più appariscenti di queste pellicole, tutte assai difficilmente ascrivibili a un filone specifico. In ognuno emergono, variamente, tinte noir e sapore grottesco, toni da biopic, modi da commedia o aria da thriller. O addirittura molto di più, attraverso scorci granguignoleschi decisamente appariscenti.

La difficile catalogazione dovuta a questa sorta di eclettismo è tipica della postmodernità che traspare anche dall’abbondante ricorso a citazioni di varia origine. Nei film dei Coen sono evidentissimi i richiami al passato attraverso una precisa composizione della colonna sonora, così come la scelta del bianco e nero che si ricollega espressamente a tanto cinema degli anni Trenta. L’importanza e la predilezione del frammento si aggiungono poi a una maniera tipica delle opere coeniane che si riallaccia a una concezione attualissima del fare cinema oggi, dove l’uso del dettaglio in rapporto al tutto è preponderante e prioritario. Infine non può sfuggire nemmeno la tecnica della narrazione che apre la maggior parte dei titoli dell’intera filmografia e comunque tutti quelli presi in esame nell’ambito di questo studio, con una voce over o una voce off, in cui un narratore, che può essere estraneo al film o un personaggio di esso, parlano direttamente con lo spettatore introducendo o commentando lo svolgersi dell’azione.

L’importanza attribuita alla comunicazione come fatto che s’impone all’attenzione di chi guarda e ne costituisce una caratteristica distintiva è anch’essa un’impronta della postmodernità di cui i film dei fratelli Coen abbondano sia in fase di apertura del film sia spesso anche come chiosa che conclude la vicenda narrata. Joel e Ethan insomma vengono inquadrati e inseriti come una sorta di cantastorie di oggigiorno, capaci ed abilissimi nel districarsi tra una moltitudine di apporti e di tecniche che mai risultano fuorvianti o dispersive. Anzi, rappresentano la peculiarità che rende i loro fotogrammi ricchissimi di apporti e risvolti con lo scopo di sforzare lo spettatore in una continua ricerca di tracce seducenti che spaziano tra passato e presente con estrema disinvoltura. Il volume vanta anche un’apparato di immagini a corredo di ognuna delle pellicole trattate e in questo forse sta il punto più debole per la non sempre perfetta riuscita qualitativa di fotografie che talvolta risultano difficilmente distinguibili nei dettagli.

Benché le linee interpretative nella lettura dei diversi titoli non siano sempre condivisibili, il testo mette in evidenza un’attenta analisi delle scene e del montaggio, lasciando scoperto il nervo fondamentale dei contenuti espressi dai fratelli Coen nelle loro opere, tutt’altro che prive di tesi e tematiche forse meritevoli di un maggiore approfondimento, reso probabilmente difficile da severi spazi editoriali.

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