Te l’avevo detto di non fermarti…

 

 

 

 

 

Pugni fuori tempo massimo. Lui, il gong, ha già lasciato scintillare il suo suono sordo. Il combattimento è finito. Il ring ormai è vuoto. Il primo ad andarsene è stato il tempo. Come sempre. Dietro di lui se ne sono andati un po’ tutti. I secondi. I giudici. Gli organizzatori. Gli stessi che hanno spento le luci, ma non l’entusiasmo della folla. Gli spettatori, tifosi e no, ai bordi di quel ring sono rimasti nell’ombra. Mistero e magìa di un pugilato postdatato. Il profumo penetrante degli antichi scontri. Il sangue che schizza. Le ferite. Le provocazioni. Due vite nascoste nei guantoni di Billy the Kid – che fa molto Bob Dylan, il film di Sam Peckinpah del 1973 e il brigante Henry Mac Carty, ma non c’entra nulla con alcuno di loro – e Henry “Razor” Sharp. Rivali che non si sono mai scontati un pugno e che, per tutti, erano la doppia faccia di vite sregolate. Una sorta di Lauda e Hunt creati in vitro. Creati artificialmente. E trasferiti al chiuso di un palazzetto dello sport.

Eppure, loro, che di pugni ne hanno lasciati partire tanti per professione, atleti del ring non sono mai stati. Billy the kid è il Toro scatenato che fu Robert De Niro per Scorsese. Correva l’anno del Signore 1980, ne sono passati più di trenta e De Niro è qui a incrociare i guantoni con Sylvester Stallone – “Razor” Sharp, appunto – un altro che della nobile arte se ne intende con il ciclo di Rocky (per la regia di John Avildsen e lo stesso Stallone), durato dal 1976 al 1990. Le due stelle di Hollywood tornano così a contendersi Il grande match di Peter Segal dove portano sulle spalle di ex campioni mondiali l’icona del dissoluto (Billy the kid) e quella dell’atleta tutto casa e allenamento che il destino si è divertito a piegare però sotto i propri, di colpi. Nell’immaginario collettivo, Billy e Razor sono i nemici acerrimi di un tempo lontano. Quelli che se la davano di santa ragione e recriminavano. Gli stessi che a distanza di anni, ritrovandosi ospiti di un programma televisivo, hanno trasformato lo studio in un ring.

Ma non tutto ciò che appare è limpido come sembra e, dietro le vite dei due pugili sta una donna contesa (Kim Basinger). Quella dei sogni e del cuore di Razor, da lei ricambiata, che è finita a letto con Billy perché credutasi tradita dall’uomo che amava, quello Sharp che aveva sorpreso incautamente con un ragazza e si era convinta che fosse una tresca, mentre era una tifosa incontrata per caso. Guerra di nervi e di logoramento, dunque. Una guerra pluridecennale che solo all’alba della sessantina riesce a mettere a posto i tasselli sconnessi nelle esistenze dei due pugili. Di quel cuore femminile lacerato e inseguito. E da una progenie inconsapevole.

L’ex Toro di Scorsese e l’indomito Rocky di mille battaglie sono ancora lì a contendersi il primato. Più ammaccati che mai. Tra lividi nascosti e un’implacabile desiderio di rivincita. Ma il tempo annacqua i rancori e il pugilato, sport da sempre molto cinematograficamente fotogenico,  diventa davvero un’arte nobile. E, come il più pacato dei mediatori, rimette pace in quegli animi esagitati che il tempo ha consumato ma non consunto. Il film di Segal ha i toni della commedia che lo distaccano radicalmente da altri film in cui il pugilato fa da sfondo alla vicenda raccontata, come il già citato Toro scatenato, Million dollar baby di Clint Eastwood e una forse infinita lista di titoli. Il grande match, titolo che ricalca un precedente lavoro del regista spagnolo Gerardo Olivares con il quale nulla ha in comune, è una commedia articolata che si lascia guardare con l’occhio disincantato di chi ne ha viste tante e ha combattuto molte battaglie del politically correct. E allora ecco così una nuova pellicola in cui l’aspetto sentimentale convive e sposa quello sportivo, rivolge uno sguardo nostalgico al passato, ambientandolo a una crisi – l’attuale – che di qua e di là dall’oceano ha le stesse tinte fosche.

Segal punisce le vite sregolate anche se in fondo hanno del buono e indulge sul burbero che si è auto segregato nella propria casa dove ha saputo seppellire i fasti sportivi degli anni che furono, ma non le profonde ferite di un cuore che ha perduto l’unico amore che contava per lui. E quotidianità sepolte sotto una valanga di cazzotti, dati e ricevuti, sembrano ritrovare la loro dimensione. Postdatata, probabilmente. Ma non per questo meno vera. Perché per l’amore e per la lealtà, forse, non esiste un tempo. E nemmeno un gong.

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