-Ha l’Alzheimer suo padre?

-No, crede a quello che gli dice la gente.

-Non è un bene.

-Già…

 

 

 

Il sogno di un vecchio. La truffa di un giovane. In mezzo, il nulla di strade americane. Dal Montana al Nebraska. Attraverso il Sud Dakota. Lo scacco dell’abisso del Midwest. Monti invisibili. Cristalli di roccia con volti scavati. I visi presidenziali del Rushmore. L’eco sorda di una speranza che non ha colore. Il rimbombo della delusione. La stoffa della beffa. E un cappellino con la scritta “il vincitore”. Ma l’anziano reduce della guerra in Corea continua a rincorrere il miraggio. L’utopia. I vecchi, come i bambini, credono a babbo Natale. Si lasciano lusingare dall’illusione.  E finiscono in preda agli avvoltoi. Inermi come lo sono i corpi inanimati. Resa incondizionata. Per una volta le parti si ribaltano. Quel figlio, sentinella della senilità del genitore, si scopre scorta razionale dell’uomo sulle vie del mondo. Un mondo fatto di strade amiche. E di un andamento lento. Talora lentissimo. Passo dopo passo. Cercando di afferrare la chimera. In viaggio con papà.

Uno spunto che ha analogie con molti titoli di ieri, ma attraversa una pellicola delicatissima e d’altri tempi, dove le emozioni prevalgono sull’avventura e l’ossatura collaudata di una coppia padre-figlio che trova una rinnovata complicità e armonia di dialogo. In uno struggente bianco e nero che profuma d’antico, Nebraska punta dritto sui sentimenti. E sull’accostamento vigliacco e stridente dei suoi estremi. Spontaneità e sotterfugi. Ingenuità e doppi fini. Realtà e illusione. Semplicità e invidia. Onestà e inganno. Dono e beffa. Come quel cappellino, regalo di consolazione, con la scritta “Vincitore” simbolo di una nuova ambiguità. Burla del tranello in cui è stato fatto cadere il vecchio. E, al tempo stesso, orgoglio della sua passerella trionfante tra i lividi astiosi ex concittadini, affamati del suo denaro. Ambientazione fortemente americana di cui ha i tratti e il realismo, il film è invece lontanissimo dal formato a stelle e strisce del mito dell’eroe, con le sue paradossali quanto appariscenti epifanie o dalle spesso grevi e inutili cadute di stile, a bordo di improponibili bolidi o tra le gambe della belloccia di turno in evoluzioni erotiche.

Nebraska di Alexander Payne, nato e cresciuto in questo stato, è la storia di una chimera. O meglio, di uno dei tanti inganni del terzo millennio. “Hai vinto un milione di dollari, se…”. Tuttavia non esistono se. E neppure ma. Per chi ha doppiato gli ottanta e ha le suole consumate da migliaia di chilometri sulle strade della vita. Oltre a un fegato a prova di alcol. “Avresti bevuto anche tu se avessi sposato tua madre…” spiega quel vecchio che se la prende per non poter guidare. Per essere costretto a parlare di quella moglie sboccata, senza pietà perfino per i morti. E dover rivedere luoghi e persone che la memoria aveva sepolto sotto la gracile pietra paziente di una lontananza misurata. Woody (Bruce Dern, premiato come miglior attore a Cannes 2013) vive in Montana, a Billings, ma deve raggiungere Lincoln per riscuotere il premio promesso. Dietro quel se…

Ad accompagnarlo, novello Virgilio del suo passato, il figlio. Porta il padre a ritrovare l’anziano fratello. Genitore a sua volta di due ragazzi disoccupati. Senza arte. Ma soprattutto senza parte. Lavori socialmente utili per uno, colpevole di aver violentato una ragazza. Senza impiego l’altro. E una madre intenerita anche davanti ad una delle responsabilità più efferate. L’abuso sessuale. A Lincoln, Woody ritrova tutto. Vecchi amori di ieri e nuove invidie di oggi. Soci di affari che furono. Ex soci. Ed ex affari. Cimiteri di corpi e di sentimenti. Cimiteri di ricordi. Perfino cimiteri di speranze. Le gioie finte di chi gioca con l’ingenuità. Di chi approfitta dell’altrui semplicità. Della spontaneità di aver ammesso candidamente la vincita alla lotteria. Il denaro porta il rancore. E quest’ultimo i cazzotti della vendetta. E della difesa. Debiti pretesi. Forse accampati. La voglia di rubare l’ultima felicità di un vecchio che spera di comprare un furgone e un vecchio compressore, rubatigli in passato. Per poi lasciarli ai figli.

Nel giovane David (Will Forte) cambia la prospettiva. Dal tentativo di impedire all’ottuagenario genitore una fatica sproporzionata per una vincita che è una non vincita. La dimensione realista. L’illusione targata anni Dieci del Duemila. Fatue promesse del nulla in pasto allo scrupoloso rigore del passato, personificato in quel vecchio speranzoso e fiducioso. Fino all’astrazione. Stratosfera onirica. Accettare l’inseguimento della chimera. Con la lucida convinzione che può essere l’ultima gioia per un uomo alle soglie dell’uscita dalla vita stessa. E allora, che quella felicità abbia luogo. E sia compiuta. L’anziano Woody fa la sua passerella di vincitore in pectore, se non nei fatti, almeno davanti alla platea degli invidiosi, che avevano insidiato la sua fortuna. Finta come i loro stessi sentimenti. E’ l’ultimo regalo di quel figlio al padre. Perché i vecchi credono a babbo Natale. Diversamente bambini. Eppur bambini.

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