Addio Monika, non so se un giorno ritornerò. Ora parto con un solo bagaglio. Il futuro.

 

 

 

 

 

Il respiro che strozza l’anima. Cristalli di gelo. Confine Cecoslovacchia-Ungheria. Un manto di neve avvolgente ricopre cuori e sensazioni. Palpiti rallentati. Poi accelerati. Pressione cardiaca di incancellabili paure. Maggio 1945. Echi di una guerra al crepuscolo. Valichi solcati con il passo stanco di chi affonda tra miliardi di fiocchi accalcati uno sull’altro. Impietosi. Pressanti. Pressati. Anita sembra muta, per mano a quell’uomo che accampa la propria bontà. Excusatio non petita. E sul treno verso Zvikovez baluginano ceffi nazisti a briglia sciolta. Ed è angoscia.

Anita (Eline Powell) è sopravvissuta ad Auschwitz, unica della sua famiglia a non finire risucchiata dai camini. Sta raggiungendo l’unica parente rimastale, una zia che rifiuta di farsi chiamare con il parentale, preferendo il nome di battesimo, per così dire. Termine fuori luogo, trattandosi di ebrei. Monika (Andrea Osvart) è donna di ghiaccio e presto la giovane si accorge che l’entusiasmo di ritrovare quella sorella di suo padre, è in realtà soltanto il proprio. Nella nuova casa Anita subisce le attenzioni di Ely (Robert Sheehan, beniamino delle adolescenti che seguono Misfits), cognato di sua zia, del quale la profuga ungherese si crede innamorata. Dopo settimane difficili in cui ritrova la prigionia, per essere stata acciuffata come straniera senza documenti, Anita ottiene un posto di lavoro in una fabbrica di sartoria. Qui stringe amicizia con un giovane che si invaghisce di lei, ma non dà sfogo ai propri sentimenti sapendola innamorata di un altro. Proprio Ely sarà il suo nuovo torturatore e, dopo averla messa incinta, le imporrà l’interruzione della gravidanza, ma lei saprà sottrarsi alle angherie.

Anita B. di Roberto Faenza, molto liberamente tratto dal romanzo di Edith Bruck, Quanta stella c’è nel cielo (Garzanti, pp.200. euro 16,60), pur inserendosi nel filone dei film attinenti all’Olocausto e alla dittatura, evidenzia un aspetto tematico innovativo, raramente accennato in tanto cinema che lo precede ed evidente soprattutto in Senza destino di Lajos Koltai, con il quale ha in comune soltanto le origini ungheresi della protagonista. In sostanza l’asse centrale ruota intorno alla domanda su cosa accadde dopo Auschwitz. Non più dunque le sofferenze imposte agli ebrei ed altre minoranze, ma come visse chi riuscì a non morire nei campi di concentramento. E Anita, nella fattispecie, è un paradigma, teso a dimostrare come ciò che seguì non sia stato necessariamente migliore.

La ragazza scopre che l’odio e il nemico non hanno soltanto la faccia truce di un implacabile aguzzino nazista, ma possono avere l’espressione rassicurante della propria stessa gente. Anita è mal tollerata da quella zia che le nega ogni forma di affetto. Aridità del sentimento e della bontà. Le proprie stesse tare e mai smaltite angosce sembrano giustificare la sua avversione nei confronti di quella nipote incolpevole. E anche quando quest’ultima concede il suo cuore e il suo corpo all’uomo che è convinta di amare, si trova derubata di ciò che di più intimo una donna possiede. La maternità. E’ il fuoco amico. Un primo capovolgimento di ruoli che si completerà nel momento in cui Anita incontra il ginecologo al quale toccherà farla abortire.

Il medico ha le opprimenti e disgustose sembianze da ufficiale nazista, ma si rivelerà l’unico uomo capace di nutrire e osservare rispetto nei suoi confronti, aiutandola a sottrarsi alla schiavitù di chi la vuole prostrata ai propri voleri, complice non consenziente del delitto di un aborto. Sarà lo stesso dottore a persuaderla alla fuga, girandole per intero il suo onorario, favorendo così una nuova vita. La mancata integrazione nell’universo dei propri simili e dei propri omologhi è uno dei temi dominanti, sottolineato dalla citazione chapliniana da parte di Faenza che, in una sala cinematografica dove si recano Anita ed Ely, fa proiettare Il grande dittatore, in cui lo spunto dello scambio di persona è la base stessa che consentirà al barbiere ebreo di Chaplin di sfuggire al tiranno.

In comune con il film del regista inglese, ma in posizione meno evidente, c’è il tema della terra promessa. Anita, come il collega-amico che la aveva preceduta nel viaggio, cerca di raggiungere la Palestina dove spera di costruirsi un avvenire e una vita migliore. Ma in questa chiave il film di Faenza paga un peccato di anacronismo. Il viaggio in Palestina, sognato e inseguito, è il viaggio in una regione che non è ancora Israele. Il nuovo Stato otterrà l’indipendenza solo nel 1948 e le vicende narrate dal regista piemontese sono retrodatate a tre anni prima. E’ evidente, di conseguenza, l’incongruità di tante affermazioni in cui gli ebrei di Anita B. si mostrano desiderosi di tornare nella terra promessa, pur consapevoli di dovere vivere con i testi sacri in una mano e le armi nell’altra. Una condizione reale ed attuale oggigiorno, ma che all’epoca non poteva essere propria dei protagonisti, ignari dei successivi conflitti con il mondo arabo. Pasticcio che non altera il valore del film, pur lasciando disorientato lo spettatore.

 

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