What happens in Vegas, stays in Vegas.

 

 

 

 

 

 

Un grande avvenire dietro le spalle. Vite tranquille di quotidianità anziane. Ritmi scanditi da un diapason che si chiama abitudine. Plaid a scacchi. Sapore di chiuso. E talvolta di rimembranze. Rancori e nostalgie. Echi del passato che fa capolino tra le fotografie. Il rumore delle lacrime. Poi il matrimonio che non ti aspetti. Poco meno di mezzo secolo a separare vite che Dio ha diviso e il caso ha unito. E una compagnia di giro che si rinsalda all’improvviso. L’ultima goliardata. Settanta e passa primavere e non sentirle. Fughe di soppiatto, già un modo per sentirsi ragazzi.

Eppure loro, Robert De Niro (70), Michael Douglas (69), Morgan Freeman (76) e Kevin Kline (66) ragazzi lo sono, ma degli anni Quaranta. E si precipitano a Las Vegas dai vari angoli degli States per festeggiare Douglas, prossimo al matrimonio con la stangona del caso. Tuttavia, il vecchio volpone  è in realtà un volpone triste, che subisce i continui rimbrotti di De Niro, indispettito perché l’amico non si è presentato al funerale della moglie, comune conoscenza dei tempi della scuola. La verità viene fuori chiacchierando con Mary Steenburgen, cantante di oscure capacità, rimorchiata al piano bar di un grand hotel di Las Vegas e della quale, per quanto poco avvenente, sia Douglas sia De Niro si innamorano all’istante. Si scopre così un imbarazzante déjà vu, perché i due amici, già da ragazzi si erano invaghiti della stessa fidanzatina. Quella che poi – nella trama – era diventata la moglie di De Niro. La storia sembra ripetersi, ma stavolta ben altro attende fuori dalla porta della suite, dove si celebra la festa di questo manipolo di anziani, dei quali si inteneriscono giovani e meno giovani del circondario. E, quello che doveva essere un addio al celibato in ritardo si trasforma sì in fiori d’arancio, ma di gran lunga diversi e più sorprendenti di quelli attesi.

Last Vegas di Jon Turteltaub  (Il mistero dei Templari, Istinct e Quattro sotto zero) mette di buon umore e strappa più di una risata, impresa che ai film italiani invece non riesce più. E il poker di diversamente giovani non mette alcuna amarezza o compassione, i quattro insomma riescono perfettamente nei panni di altrettanti ragazzotti in cerca di una goliardata. Non c’è comicità a sfondo amaro, ma solo un paradosso che consente di guardare con simpatia a quell’eterogeneo gruppo di anziani, all’improvviso tornati ragazzini. Lo schema è abbastanza noto al cinema che ha frequentato questa falsariga in titoli antichi e recenti. Su tutti, il tema del ritrovarsi tra amici dei tempi che furono è il motivo di fondo di pellicole come Il grande freddo di Lawrence Kasdan, di cui proprio Kevin Kline fu uno degli apprezzati interpreti. In quel caso però l’iniziativa di un gruppo di ex compagni di scuola che decidono di rivedersi, a distanza di molti anni, per una triste occasione innesca una retrospettiva dal sapore amaro che invece in Last Vegas è totalmente assente.

Nel film di Turteltaub il mesto sapore di “come eravamo”, con annessi strascichi nella quotidianità, lascia il posto all’esuberante desiderio di divertimento, mai affievolito dalla senilità dei quattro ex ragazzi. A dividere le due pellicole poi c’è uno spunto tragico. Nel Grande freddo, infatti, all’origine del ritrovo sta il suicidio di un amico. Gli ex compagni di scuola si rivedono così in una rentrée in cui poi ognuno finisce per riversare le proprie amarezze. Le delusioni di ambizioni tradite. O addirittura fallite. La ricerca di una compagna. O il desiderio di un figlio senza però avere un marito. In buona sostanza un lacrimificio. Il contrario di Last Vegas. Ultima frontiera dello spasso. Trasgressione oltre il limite di un’età che sembrerebbe voler porre il freno all’esuberanza non permessa dalla carta d’identità.

Infine un dato per i curiosi. Il cast del film, composto da nomi celebri, vanta un primato di Oscar. Sette statuette complessive se si considerano le due di Michael Douglas (Qualcuno volò sul nido del cuculo e Wall street) sebbene una sia per il miglior film, due per De Niro (Il Padrino e Toro scatenato), una per Morgan Freeman (Million dollar baby), Kevin Kline (Un pesce di nome Wanda) e Mary Steenburgen (Una volta ho incontrato un miliardario). Vertiginoso anche il giro di incassi fatto registrare dai film di questi cinque assi: 16 miliardi di dollari.

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