L’amore è la malattia più diffusa al mondo, ma non è mortale. Tutt’al più ti lascia qualche fazzoletto bagnato…

 

 

 

 

A ognuno la sua… diversità. Che non necessariamente – attenzione, attenzione – significa omosessualità. Anche se, ovviamente, come pretende ogni storia di diversità che si rispetti, c’è anche quella. E ha le sembianze di una donna. Stufa di delusioni d’amore femminili, decide di diventare eterosessuale. Ma quando lo confida a papà, ne subisce lo sdegno. “Non si cambia sesso e gusti come bere un bicchier d’acqua”. E aggiunge: “Ho impiegato tanto tempo ad accettarti come lesbica e, ora che mi sono assuefatto all’idea, dovrei cambiare tutto…”. Ma chi limitasse a questo l’estraneità al mondo dei protagonisti di Tutta colpa di Freud di Paolo Genovese, commetterebbe un errore grave. Forse fatale.

Tutti i personaggi hanno qualcosa che li pone al di fuori dell’universo cui appartengono. Tuttavia trovano un modo perfetto e impeccabile di vivere insieme. Metafora di un con-vivere, trasmessa con il gusto di qualche situazione paradossale, capace di provocare l’ilarità e la risata senza dimenticare il tema di fondo, in questo scorcio del terzo millennio, particolarmente sentito. Diffuso. Importante. Si entra così in una galleria di casi limite che fanno poco effetto sul grande schermo, dove ogni assurdo sembra magicamente possibile, ma spesso sono eco di quanto – senza troppa difficoltà – accade di incontrare per via in ogni stralcio di quotidianità reale. Con un comune denominatore. Diversità. E, se possibile, stranezza.

Alla categoria appartiene il padre psicanalista (Marco Giallini, il cognato di Tutti contro tutti e il rockettaro attempato di Buongiorno papà) che ha allevato tre figlie, dopo essere stato abbandonato dalla moglie, in fuga per la Cambogia come cooperante. E da allora, benché giovane, non ha mai trovato una nuova anima gemella. E Marta (Vittoria Puccini). Ha ereditato dalla nonna il negozio di libri, ma si innamora di un ladro sordomuto che, col sorriso sulle labbra, le sottrae i libretti delle opere liriche in cartellone al teatro dove lavora. O Emma (Laura Adriani, la Miriam dei Cesaroni) che s’innamora di un architetto di 32 anni maggiore di lei e coetaneo di papà. Quest’ultimo ha una moglie (Claudia Gerini) poco espansiva, alla quale egli regala un cocker chiamandolo “Ti amo”, con la scusa che “almeno così te lo sento dire di tanto in tanto…”.

C’è il bello, naturalmente, che seduce Sara. La disorienta da quell’apparentemente convinta omosessualità che la fa sternutire davanti a ogni donna che la attragga fisicamente. Ma nel suo momento di maggior depressione sarà proprio lei a far sternutire un vigile del fuoco che la soccorre. E finalmente tout se tient e il cerchio torna a chiudersi. Ma c’è soprattutto una divertente antropologia del maschio, delineata da quel padre psicologo che insegna alle figlie come individuare l’uomo giusto, isolando le cinque differenti specie di esemplari del sesso forte.

Insoddisfatti. Si lamentano senza sosta della vita e del lavoro. La donna che li sposerà? Una crocerossina che non dirà mai “ti amo”, ma “ti salverò”.

Peter pan. Generalmente uomini di mezza età, con lo spirito di ragazzini, che giocano a rimorchiare giovanissime. Le loro donne sono un videogioco. Affascinarle è superare il livello. Portarle a letto significa vincere la partita.

Vorrei ma non posso. Si legano a un’altra, di nascosto dalla moglie, e a quella fidanzata prometteranno tutto, ma non manterranno mai nulla, accampando sempre nuove scuse e pretesti.

Buoni, belli e intelligenti. Hanno il problema di avere una mamma che li fa sentire dio. Perché mai dovrebbero unirsi a qualsiasi altra donna che li farà sentire sempre meno importanti…

La quinta categoria è quel 5 per cento rimanente di soggetti che non rientrano nelle fasce precedenti. E sono gli unici decenti. I soli che meritano. Parola di psicanalista.

Tutta colpa di Freud, ispirato a una canzone di Daniele Silvestri dallo stesso titolo e un cast in cui figurano anche Alessandro Gassman e Gian Marco Tognazzi, è un film delicato e gradevole che ha il suo unico difetto in una lunghezza leggermente sproporzionata rispetto alla trama. Un quarto d’ora in meno delle oltre due ore complessive avrebbe reso più agile un film già delizioso e simpatico, ma dal finale tutt’altro che imprevedibile. Lo spettatore intuisce già a metà come potrà finire una vicenda su cui prevale in modo netto, non tanto l’atteso epilogo, ma il valore e lo spessore di un tema, quello della diversità nelle sue varie forme e ambizioni, raramente rappresentato in modo altrettanto obiettivo e garbato in altre pellicole precedenti. Diversità d’amare e non solo. Diversità di essere… diversi. Ma comunque in grado di colmare lacune e distanze grazie all’intensità di un sentimento.

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