Non sono roba tua,  sono uomini. E hanno i loro diritti…

 

 

 

 

Il buio di un’oscurità vigliacca. Il silenzio di un tradimento costruito sui gesti. E i bicchieri di whisky. Ebbrezza come sopore. E la vita che cambia di schianto. Un tunnel cupo. Insidioso. Violento. E’ il cammino in cui viene spinto Solomon Northup, apprezzato musicista e artigiano. Riverito e riverente padre di famiglia, innamorato della moglie e dei suoi due bambini. Ma nero. Destino che la natura gli offre in sorte, insieme a una vita da uomo libero, nel nord dello stato di New York.  A metà dell’Ottocento. E l’infida ossessione di quel colore della pelle che rende il bianco, padrone delle esistenze altrui. Il nero diventa una preda. Finisce nelle spire di un gatto e una volpe che nulla hanno a che fare con quelli delle favole. E precipita nel sud schiavista. Viaggio all’inferno. Apparentemente, senza ritorno. Assaggia il dolore. La sofferenza. L’angoscia. L’altrui tracotanza. La violenza. E comprende quanto forte sia l’attaccamento alla vita.

12 anni schiavo è molto più di tutto questo. Molto più della somma di tutte le sue parti. Il film di Steve Mc Queen – nero anch’egli e niente a che spartire con l’attore che divenne un mito, oltre che un sex symbol maschile per l’universo femminile – racconta quello che può improvvisamente diventare un’esistenza tutto sommato scontata. E, a tutti i conti fatti, felice. Svela come un cono d’ombra sia permanentemente l’imbuto in cui può cadere un uomo. Qualsiasi uomo. 12 anni schiavo è una storia vera. Quella di Solomon Northup che venne rapito nel 1841 da due falsi impresari artistici, alla ricerca di un virtuoso. Drogato e derubato dei documenti, viene venduto come schiavo a un uomo, William Ford interpretato da Benedict Cumberbatch, che, pur conservando un residuo di dignità e umanità, non gli impedisce di rivenderlo a sua volta. A un giudice il quale, senza alcuno scrupolo né cuore, lo “gira” ben presto al più perfido e irresponsabile dei latifondisti, Edwin Epps che veste dei suoi panni Michael Fassbender. Louisiana. Terra affascinante e misteriosa. Solcata da un fiume inquietante, il Mississippi. Esposta agli uragani. Occupata da sterminate piantagioni di cotone.

Northup conosce l’abiezione. E la disumanità dell’umanità. Pieghe cattive che sanno di veleno. E di umiliazione. E se noi, oggi, possiamo vedere questo film lo dobbiamo all’uomo che aiutò Northup a riconquistare la libertà perduta. Mangiatagli a morsi da due ladri di vita. Quell’uomo nella finzione cinematografica è il canadese Bass (Brad Pitt) che riesce a trasmettere, al di fuori del campo schiavista, la notizia della “reclusione” di Northup. E la prepotenza della giustizia riconsegnerà un uomo alla sua famiglia. Ma soprattutto ai suoi giorni. Quell’uomo scriverà le memorie dei suoi dodici anni da incubo e la sua testimonianza è giunta fino a noi.

Oggi quelle pagine sono diventate il film che Steve Mc Queen ci mostra non soltanto per non dimenticare, chiave di lettura più esile, retorica e superficiale tra le tante possibili. 12 anni schiavo è riflessione su ciò che significa togliere la vita… lasciando in vita. E poco importa il colore della pelle. Le allucinanti protervie mostrate e le torture imposte su corpi acerbi o maturi non modificherebbero la loro gravità a parti capovolte. Conta il senso. Conta il messaggio di civiltà e l’ambizione civilizzatrice. Le immagini sono toccanti e talvolta crude. Perfino brutali. Ma lo spirito è tutt’altro che quello di porre l’enfasi sul sanguinario gusto del macabro, quanto sull’implacabile sete di dominazione che spinge un uomo a sottomettere alla propria volontà l’individualità e lo spessore del prossimo suo.

In questa prospettiva si spiega anche un montaggio che, nelle fasi iniziali, può apparire dispersivo e scoordinato. Si parte dal viaggio nell’abisso della disperazione, ma ancora non si comprende per quali vie si arrivi a quella disfatta morale e materiale. Quindi un passo indietro consente di mettere a fuoco quella che era la quotidianità di Northup prima di finire le mani dei suoi rapitori. Il film sembra addirittura avvilupparsi su sé stesso, quasi attorcigliandosi e trasportando lo spettatore nel gorgo di una spirale da cui sembra non poter più uscire. Non se ne intuisce né intravvede la fine, finché la fine arriva liberando dall’incubo anche chi siede comodamente in sala. E se le oltre due ore sembrano, a prima vista, eccessive nell’economia della narrazione e della trama affrontata, esse si rivelano pertinenti e determinanti per tentare di far assaporare l’opprimente angoscia imposta a Northup.

E in questa strategica costruzione filmica sembra quasi di trovarsi in una dimensione nuova che non offre la profondità del veduto – come il 3d – né l’intensità della sensorialità fisica del 4d, ma sembra regalare l’emozione amara di una sensitività psicologica e psichica che non svanisce nemmeno con i titoli di coda, ma soltanto all’uscita del cinema. 12 anni schiavo – incetta di nomination agli Oscar come film, regia, attore protagonista e non protagonista, attrice non protagonista, scenografia non originale, montaggio, scenografia e costumi – è un film da vedere con l’anima in pace. La storia di un uomo del quale non si ricorda nemmeno la fine. Nato nel 1804 e vittima di uno dei più turpi soprusi, Solomon Northup viene liberato nel 1853 dopo dodici anni di schiavitù. Sembra che da quel giorno gli siano rimasti altri dieci anni di vita e che si sia spento intorno al 1863 ma la data è imprecisata. Certo è invece che tutti i tracotanti aguzzini che lo perseguitarono risposero poi alla legge. Ma da essa non subirono mai il giusto castigo. E questo forse è l’insegnamento più drammatico impartito dal film di Steve McQueen che, per uno scherzo del destino forse, si ricollega a quello in cui il suo omonimo, nei panni di Papillon di Franklin Schaffner, riesce a fuggire da un penitenziario, seppur con modalità differenti da quelle che consentirono a Northup di sottrarsi alla persecuzione schiavista. Bizzarrie del cinema e delle vite. Ma bizzarrie anche di una giustizia ingiusta. Quella degli uomini.

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