Uomini che si uccidono per farci divertire… Questo non è sport.

 

 

 

 

Era il 24 agosto. Ed era da poco passato mezzogiorno. Scoccava l’anno 79 dopo l’avvento di Cristo e si dice che, allora, Pompei fosse la più ridente e allegra mecca dello svago in tutto l’impero romano. Dicono che fosse piena di bordelli. Taverne. Osterie. Ma a quell’ora il Vesuvio impazzì. Vomitò cenere e fiamme alte chilometri. La sua vetta si abbassò di seicento metri per la violenza esplosiva. Una colonna di fumo oscurò il sole. Annerì il cielo. Un terremoto squarciò le viscere della terra. Ultimo venne lo tsunami. E fu la fine di tutto. La fine di ogni forma di vita.

Dicono perfino che un tale scatenarsi degli elementi avesse pietrificato perfino quei pochi superstiti del disastro. E di sopravvissuti non ce ne furono. Gli storici si sono sempre basati solo su Plinio il giovane, testimone da lontano di quel disastro. Oggi restano gli scavi di quella che fu una fiorente cittadina, affacciata sul mare con un ambito porto. L’attuale Pompei è situata nell’entroterra e  – da millenni – guarda a quel vulcano che la distrusse, ma da allora non si è mai più agitato. E in questo XXI secolo si mostra distrattamente priva della personalità acquisita nell’antichità.

Tracce di Storia, frammenti di una storia, brandelli di migliaia di piccole storie vengono proiettate dalle viscere dei ricordi al grande schermo con Pompei di Paul Anderson, il padre della serie Resident evil, uno che nell’irrealtà si trova perfettamente a suo agio. E il film non si smentisce. Irrealtà non è sinonimo del futuro, talvolta può essere proprio perfino del passato. Nasce così una trama semplice, ma ricchissima di tutti i temi che fanno incasso. Amore. Matrimonio combinato. Corruzione. Crudeltà. Cataclismi. Schiavitù. Ribellione al satrapo. Politica. Combattimenti corpo a corpo. Gesta eroiche. Ingredienti molto ben amalgamati in una pellicola in costume che ha tutto per piacere e piacersi. Perfino la versione tridimensionale.

La trama è al limite della banalità. A metà strada fra il feuilleton e il fotoromanzo, che c’entrano poco l’uno con l’altro ma si fondono che è una meraviglia negli svarioni che l’opera impone agli spettatori. D’altronde gli americani c’entrano pochissimo con l’impero romano e via elencando la coabitazione delle antitesi. Milo, del quale si scoprirà il nome solo ad avventura inoltrata, è fatto schiavo da un rapace e spietato senatore, Quinto Attio Corvo, e finisce a Pompei con la triste sorte dei più prestanti fra gli aitanti giovani fatti prigionieri. Combattere come gladiatore contro altri gladiatori fino alla morte. In prigione stringe amicizia con un altro combattente, il nero Atticus, campione di tutti i campioni. Dalla sua vittoria nel prossimo imminente combattimento questi otterrà l’affrancamento e la libertà, mentre Milo è rassegnato ad essere carne da macello per soddisfare lo svago dei romani che egli vorrebbe invece sterminare.

Le cose andranno diversamente. Milo si innamora di Cassia, splendida figlia del magnate pompeiano Severo, ma s’imbatte nel temibile e temuto Corvo, che anni addietro sterminò la sua famiglia. La corsa dei due giovani innamorati, decisi a unire i loro destini, si scontra con le nozze che il senatore impone alla famiglia di Cassia e ai giochi fantasma cui l’esercito romano partecipa con lo scopo di uccidere i gladiatori, in quanto l’emissario dell’imperatore si accorge che tra costoro sta il suo avversario per il cuore di Cassia. Così, sul più bello, Milo e l’amico Atticus scopriranno di non essere rivali ma di dover sfidare il comune nemico romano. Il destino invece sorprenderà tutti e gli eventi finiranno incanalati in tutt’altra direzione. A complicare le cose ci si metterà il Vesuvio che inghiottirà Pompei. Lasciando solo rovine. E le statue di due amanti.

Pompei è il prodotto, o meglio l’evoluzione del film storico nel XXI secolo. Pur avendo la particolarità di essere recitato in costume, con ambientazioni ricostruite e suggestive, siamo tuttavia lontanissimi dal genere specifico dei film in costume. Come Spartacus, girato nel 1960 da Stanley Kubrick che puntò su Kirk Douglas, papà di Michael, come protagonista. Il rigore storico di Kubrick è speculare alla retorica commerciale di Anderson. Sta in questo la differenza enorme tra due film. E due epoche. Se Spartacus tenta di raccontare la Storia, Pompei racconta una storiella. E che poi lo sfondo tragga spunto da un cataclisma tramandato dagli annali non consente certo l’assimilazione dei due titoli. Ridicola la scelta del gladiatore dalla pelle nera. Cromatismi inconcepibili nella romanità e francamente poco accettabili anche nella contemporaneità. Lo schiavo nero è un paradigma fastidioso che tende a introdurre nelle menti dei più piccini l’equazione dello schiavo come essere appartenente a un’etnia nera. Falso storico. Inaccettabile asserzione. Gratuita rappresentazione dell’irrealtà. Per i romani le terre abitate dai neri erano contrassegnate sulle carte geografiche antiche da una non più che vaga denominazione “Hic sunt leones”. Scelta sgradevole considerando che Pompei attrarrà molti piccoli spettatori vista l’appariscente presenza di eroi che si sfidano vicendevolmente in epici combattimenti. A loro andrà un falso doc, targato Anderson. Abituato agli alieni. Non agli antichi.

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