Potete abbracciarmi… Non mi spezzo

 

 

 

 

 

Una donna ammaliata. Soggiogata dal fascino. Un maledetto senza patria. Il sesso è la sua vita. E per il sesso vive. Non importa il cuore. Non importano i cuori. Solo una moto. Rombante. Virile. Tatuata. Come il suo petto glabro attraversato da un’abbozzata tartaruga. Macho ruspante. Macho maleducato. Villano ed egoista. Ma macho. Diviso e conteso. Da lontano. All’oscuro. L’uomo come oggetto del desiderio. L’uomo come pomo della discordia. L’uomo che divide due amiche. Entrambe al buio. Senza dirlo. Senza forse nemmeno saperlo. Un doppio tradimento che ha il sapore pruriginoso di un delirio. Invenzione dei sensi e di una fantasia malata. Terrorizzata da un incubo.

Amicizie sofferte. E sofferenze mai digerite. Diversità colpevoli. E diversità innocenti. Ingenue. Mai ignare. L’uomo secondo Ferzan Ozpetek, il regista turco da tempo residente in Italia, innamorato della mascolinità. E della follia. Lucida, ma implacabile follia. Allacciate le cinture è la storia di un delirio. Immaginario come solo può esserlo. Come può esserlo una fantasia. Un invaghimento. Onirico. Un viaggio con il pensiero. L’allucinazione di Elena (Kasia Smutniak) che si immagina perduta dietro Antonio (Francesco Arca) , l’uomo dei suoi incubi. Il macho conturbante che lei non stima, ma desidera. Vuol solo possedere ma, nel bel mezzo di quest’avventura abbozzata, subentra l’ipotesi. L’odissea mentale. Simulata. E se… E se io fossi sposata con questo casanova da strapazzo che, stando con me, si sbatte le altre…

E se io avessi due figli da lui, che tipo di padre sarebbe questo disperato che litiga perfino con i motori… E se io mi ammalassi, di quei mali violenti ma in fondo guaribili… E se dovessi portare una parrucca perché le medicina uccidono i miei capelli… E se trovassi una parrucchiera spiegarmi le evoluzioni di quel bell’Antonio in un letto che non è un talamo. E se…

E se allo spettatore capitasse di accorgersi di aver assistito per due ore a un etereo viaggio che sa di nulla… Non ha polpa, né vita. Non un succo di esistenze, ma esistenze che certamente non saranno mai. Ebbene come  si potrebbe alzare dalla sedia. Condotti per mano nell’incubo del male oscuro. In morti guardate faccia a faccia con il vestito cupo della fine, in mezzo a bianchi corridoi dall’angoscioso odore dell’etere. E se fosse esatto solo il titolo… Allacciate le cinture. Gli aerei non c’entrano, ma le cinture salvano la vita dai rischi. E allora, allacciate le cinture. Sembrerà un’azione inutile, perché il film è un magnifico imbroglio. E’ suggestione. E’ pazzia. E’ sogno ad occhi aperti. Aver immaginato e sapere che nulla di ciò che è stato costruito aveva una benché minima base di fondamenta. Allacciate le cinture. Perché gli spunti tematici, quand’anche interessanti, di fatto cessano nel momento stesso in cui tutto è eterea magnifica presenza. Tutto è fantasia. Tutto è magnifica follia. Come tale, tutt’altro che necessaria. Niente affatto indispensabile. Allacciate le cinture di Ozpetek è tutto questo. O solo questo.  A ben guardare. Un vuoto a perdere cinematografico.

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