Abbiamo scelto di morire in piedi pur di non vivere in ginocchio…

 

 

 

 

La storia dell’antichità torna al cinema con il secondo episodio del ciclo 300. Dopo il primo film diretto da Zack Snyder sulla battaglia tra spartani e persiani alle Termopili, questo nuovo titolo 300 – L’alba di un impero allarga il contesto con il conflitto fra greci e persiani, in un primo tempo comandati da Dario e successivamente guidati dal dio-re, Serse. Sceneggiato dal regista del primo capitolo, questo nuovo titolo è opera di Noam Murro, al quale si deve l’intuizione di sviluppare un intreccio che a Zack Snyder sembrava concluso con 300, senza eventuali seguiti. Ne nasce così una sorta di appendice con molta infamia e poca lode che ricalca una falsariga ampiamente frequentata da quello che può ormai considerarsi un genere, nella sua indefinibilità categoriale.

L’alba di un impero fa il verso ai blockbuster senza esserlo e punta sulla sua tridimensionalità che rappresenta un valore aggiunto, ma al contempo è una trappola. Evidenzia tutti i difetti di un kolossal, ampiamente criticabile. La trama è quella che vede lo scontro fra greci e persiani, in ottica politica espansionista. I primi sono gli eroi invincibili e imbattibili e Temistocle è il loro alfiere. I secondi sono invece gli invasori che – a detta di Artemisia, sovrana e stratega – vogliono vendicare torti antichi. Il conflitto si articola in tre maxi scontri che si concludono con la battaglia navale nel mare di Salamina.

Il film merita assai poco, a dir la verità. Da un punto di vista storico mostra sfasature e incongruenze sulle quali nemmeno vale la pena di soffermarsi. Da un lato perché il cinema non è sempre obbligato a “copiare” i fatti come sono accaduti, dall’altro perché L’alba di un impero sembra interessato più che altro a trovare pretesti per mostrare l’animosità di pugnaci combattenti a prescindere da questioni politiche o storiche cui risulterebbe vano e privo di senso attaccarsi, dal momento che il primo a rifiutare di coordinarvisi è il regista stesso.

Ne esce così una “pellicola” rosso sangue, truculenta e granguignolesca che riesce a trasformare in una sorta di scontro bellico perfino una scena di amore fisico tra i protagonisti, non a caso un uomo e una donna. Per il resto è solo uno zampillio di fiotti sanguigni che escono da colli spezzati, arti amputato, teste decapitate e corpi trapassati a fil di spada. Siccome la sete di plasma – o meglio di succo di pomodoro – da parte del regista non deve essere stata adeguatamente soddisfatta, molte delle scene cruciali sono state girate servendosi delle riprese al rallenti, in modo che lo spettatore possa gustarsi ogni benedetto schizzo di sangue che, grazie alla tridimensionalità, arriva dappertutto. L’alba di un impero è immersione nel sangue, scintillio di spade, bugie storiche e perfino fondali a volte dipinti di cui un film in 3D, francamente potrebbe fare tranquillamente a meno. Il film è consigliabile a chi invece di tutto questo trash storico non può fare a meno.

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