Il passato è solo una storia che raccontiamo a noi stessi

 

 

 

 

Voci lontane sempre presenti. Eco di un aldilà che è un aldiqua fatto di forme di alienazione spontanea. Ectoplasmi in carne e ossa. E loro, le voci. Soprattutto voci. Coniugano stati d’animo. Declinano ipotesi di felicità. Essere. Sembrare. Apparire. E, allo stesso tempo, mancare. O esserci contemporaneamente. Moltiplicarsi in mille fisionomie. Essere un poliedrico tutto che alla fine è nulla. E scoprire che, tuttavia, il cuore è uno. E può battere. Pur nascendo da una macchina. Da un sistema operativo. Da un cordone ombelicale fatto di bit e di bite. Di cappa e memorie estese. Di ram, auricolari e minischermi monocromi che brillano di una luce propria. E di una propria volontà. Si manifestano. Lasciano una scia di tracce concrete. Piccoli doni e grandi smacchi. Nondimeno, non sono.

E’ solo la sua voce.

Sua di lei.

Her. Lei.

Una, nessuna e 641mila.

Ma forse solo una.

Per quel lui. Per quel him. Him and her. Lui e lei. Ma anche Her and him. Lei e il computer. E pure lei è il computer.

Le mille anime di Her, film di Spike Jonze, celebre autore di Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee, sono il confine tra realtà e virtualità dallo scomodissimo punto prospettico dei sentimenti. E’ il cuore di Theo. Il dramma di Theo. Un Giangiacomo Feltrinelli e Maurizio Nichetti in ipotetica sintesi fisiognomica. Uno scrittore particolare che compone lettere preconfezionate. Per tutti i gusti e tutte le occasioni. Per ogni necessità. Occorrenza. Evenienza. Solletica sensazioni. Accende emozioni. Ma vive una distratta e scialba vita, fatta di un divorzio dalla donna che ha amato fin dai banchi della scuola. E dalla quale subisce l’onta dello smacco quando le rivela di essersi legato affettivamente a un sistema operativo. Il disprezzo. Lo sfregio che non aveva subito neanche assistendo alla separazione di una vicina di casa (Amy Adams) dal suo compagno. Anche lei sapeva di quell’amore insolito, nato fra bit e ram.

Theodore, detto Theo (Joaquin Phoenix), è la malinconia e l’assenza della speranza.  E’ l’abitudine di un bimillenario senso comune del dolore. La fuga dalla realtà, Il riparo all’ombra di un computer. Rassicurante e, spesso, agli ordini. Un computer evoluto che un giorno mostra il cuore. E la “sua” realtà. Fatta di 641mila utenti da tenere impegnati. Sorvegliare. Accompagnare. Custodire. In un certo senso, amare. Accanto all’esclusività del solo cuore da amare. Theo. E per lui sarà una sorpresa. Non resterà che guardare il cielo sopra Los Angeles. Confusa a Shangai. Antipodi mescolati. Forme di Occidente vicino. O di Oriente disorientato. Lacrime elettroniche. E cuori feriti dall’assenza di corpi. Concreto contrappunto di un amore che non può sbocciare. O che è condannato a finire. Tramontare. Ma non a lasciare vuoto il sentimento.

E in quelle sponde un giorno mi troverai. Mi ri-troverai. E saremo io e te.

Her-Lei mette l’indice sulle piaghe sanguinanti di certa quotidianità che perfino per la quintessenza dell’umanità – cioè l’anima gemella – si rifugia nell’artificiale mondo di sistemi operativi e di cuori che non battono se non appunto, virtualmente. E’ assenza di corpi e  vuoto di parole. Centinaia. Migliaia. Volti e voci che parlano da soli. Nei ritmi frenetici di esistenze malcapitate, il dialogo è raramente con i propri simili. Quello di Theo con la sua vicina è un’eccezione. Con l’ormai ex moglie non esiste colloquio, ma solo ultime parole gettate al vento, nell’abisso impalpabile dell’astratto universo di  cappa. E in questa incomunicabilità che attraversa la società del XXI secolo sta il drammatico muoversi di bocche nel nulla. Suoni gettati nell’atmosfera. Parole senza destinatari. Mainstream di dati condensati in chip.

L’incapacità di comprendersi e confrontarsi coincide con un desiderio di fuga e di astrazione. Con il gettarsi fra le braccia inesistenti di chi è fatto a immagine e somiglianza del proprio carattere. Incastri costruiti in laboratorio. Tra finte provette targate html. Versioni Java di un sentimento fantasma. L’amore era l’ultima frontiera di un mondo arreso. Caduto nel precipizio della virtualità. Dove si incontrano persone concrete, nascoste dietro un soprannome che fa chic chiamare username. O nickname. E grazie al quale è possibile dare libero sfogo, senza ritegno, ai sospiri spasmodici e orgasmici di illusioni, chieste e acconsentite a inebetiti interlocutori insonni. L’evoluzione di un passo indietro. L’intelligenza artificiale si è trasformata in un cuore assemblato a colpi di bit.

Assenza di parole che dirotta i sentimenti sull’inesistente moltiplicato. Microprismi dell’indeterminato con centinaia di migliaia di sfaccettature cui l’unico epilogo possibile è un abbraccio reale. All’ultimo piano di un grattacielo. Guardando la metropoli fitta di luci e lo scorrere della vita. Quotidiana irreale. Messa in parallelo con quella testa reclinata su una spalla reale. Cuori veri. Abbandonati dal loro rispettivo nulla. Come due angeli in un vago richiamo del Cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Her vale un Oscar a  Spike Jonze. La sceneggiatura originale. Temi angoscianti per un filone al confine. C’è chi la chiama fantascienza, ma tale non è. C’è chi la definisce sci-fi che sta per science fiction, ma lo è solo in parte. E forse tutto questo si chiama ossessione dei generi. Her è uno splendido film che nasce nella mente di Jonze una dozzina di anni fa – era il 2002 – e vanta quindi una gestazione lunghissima. Ne è nato un film originale, ma forse soltanto nell’individuale coniugazione di un tema che peraltro ha già spunti e contrappunti nel passato recente.

Alle spalle di Her stanno due pellicole importanti. Una è Il replicante di Mike Marvin. Era il 1986. Quella sì, era fantascienza, oggi forse trasformatasi solo in drammaticità. L’altra è S1m0ne di Andrew Niccol con Al Pacino, regista in crisi di spunti – sai che novità… – che s’inventa artificialmente una biondissima diva dalla quale avrà in regalo un nuovo successo. Ma scombinerà l’intera sua esistenza. E già allora, nel 2002, questa trama smetteva di essere fantascientifica. Risultava già più tristemente probabile. Da questa coppia di genitori è nata Her. Che non è più fantascienza né probabilità. Ma fa desiderare il soffio di due angeli in cima a un grattacielo. Sotto un cielo stellato.

 

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , , , ,