L’aspirante attrice. La nonna innamorata. La mamma scoraggiata. La figlia ragazza-madre. Quattro storie di donne o, se preferite, le storie di quattro donne. Vivono sotto lo stesso tetto. Vivono vite diverse. Altrettanti pianeti di una stessa galassia. Gli uomini… Meteoriti. Attraversano lo spazio per sfracellarsi in un altrove mai definito. Dopo aver toccato e ferito la crosta terrestre di quei piccoli pianeti senza un sole né una luna. Eppure con una loro stessa orbita che, di tanto in tanto, incrocia le orbite di quegli altri piccoli satellite in cui ognuno ruota nella traiettoria dell’altro. Gli uomini non contano. Piovono. Non tanto perché ne piovano in quantità, ma perché – come la pioggia – nessuno se li ricorda dopo l’acquazzone. Sono l’insidia e il turbamento. Piccoli demoni senza conforto. Broncio meteorologico di vite al sole.

In grazia di Dio di Edoardo Winspeare, regista dai nobili quarti, cresciuto nel suo castello nel Salento leccese, è un film difficile. A Berlino è stato accolto con soddisfazione, ma dopo il passaggio nella sezione “Panorama” subirà tagli inspiegabili perché la pellicola, nella sua integrità, non ha nulla che possa offendere il buon senso, il pudore o altre forme di moralità o etica. E nemmeno sono da imputare a un’eccessiva lunghezza. Il film scenderà di quindici minuti, dalle due ore totali. In dialetto salentino, talvolta accompagnato da sottotitoli, il film vanta un cast di attori non professionisti esclusa Celeste Casciaro, moglie di Winspeare.  L’esperimento non è nuovissimo, già in passato De Sica fece recitare volti nuovissimi, presi direttamente dal popolo, in Ladri di biciclette. Con il capolavoro del Neorealismo, In grazia di Dio ha poco o nulla in comune.

Realismo, Neorealismo, Verismo o quale altro genere si voglia scomodare, suona fuori luogo. In grazia di Dio è l’ennesimo volto della crisi economica che non fa a brandelli soltanto conti in banca e portafogli. La crisi in una zona depressa del basso Salento ha le tinte di un dramma che si specchia in una canicola che inaridisce. Desideri e sentimenti. Vite al limite. Sul crinale della fine. E di nuovi interminabili inizi. Perché in fondo la vita è un ciclo e la chiusura di uno è la contemporanea apertura dell’altro. Al femminile. E se l’aspirante attrice dalla tripla xl, soccombe alla sua incapacità, al suo caratteraccio e all’altrui critica, la veneranda nonnetta che ha una parola buona per tutti sa trovare l’amore in una seconda giovinezza.

Per un legame che nasce e approda all’altare ce n’è un altro che sembra risorgere da reminiscenze adolescenziali. La madre di famiglia ritrova un vecchio compagno di scuola mimetizzato sotto la dura scorza di un agente Equitalia. Perché ogni medaglia, in fondo, ha il suo rovescio. E ogni pianeta ha il suo lato oscuro. E’ un amore sofferto. Fatto di risate amare. Pianti strozzati in gola. Speranze disegnate sull’orizzonte di un mare blu che fa a gara per intensità con lo stesso azzurro di certi cieli che in esso si confondono. Non c’è carnalità. Non c’è fisicità. Corpi pieni di passato e intrisi di un futuro anelante che stenta a farsi vita. Il sesso è quello che la figlia regala in auto ai suoi occasionali compagni di serate. Spermatozoi non targati che viaggiano nel suo corpo fino a fecondarla. Lasciandole il dubbio di chi glieli abbia regalati. La ricerca costa cara. Il duro prezzo delle botte da chi si aspetta di uscire con lei, sicuro di trarne orgasmici appagamenti.

Ma la vita, intesa come quella che sta per nascere, trionfa anche sulla generosità di chi il proprio corpo lo ha donato o gettato alle ortiche. E l’ipotesi abortiva non campeggia mai tra i fotogrammi di Winspeare. Perché vita è vita comunque la si voglia. Quando porta sull’altare. Quando offre semplici aiuti. Quando si apre a una nuova creatura. A questo serve l’uomo nel teorema winspeariano. E’ l’avvio di un meccanismo. L’input di un mondo che non va avanti da sé. E’ l’intoppo. E’ l’arrogante fallico. E il baco della mela fatata. L’impresario che cerca di convincere le donne a svendere la loro masseria dopo aver dovuto chiudere l’azienda tessile. Mettendo loro in mano soldoni da sperperare. Viaggi idioti. Speranze vuote. E fame futura. Le donne non cadono nel tranello. Lasciano quel gatto senza volpe a brancolare orfano di padri, padrini e padroni nel nulla assolato. In quella masseria, nonne neospose, madri sposabili e attrici in disarmo aspettano di tenere a battesimo una nuova vita. Sconosciuta nella paternità come sconosciuto è il loro destino.

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