Le parole sono vita. Non mi perderai mai. Mi troverai nelle tue parole perché è lì che vivrò.

 

 

 

 

La signora con la falce, in realtà, non ha la falce. E nemmeno è una signora. Andatura lenta. Distinto. Cappotto e cappello. Si definisce la morte, ma in verità è altro. Il destino. Un uomo elegante che talvolta sposa la donna nerovestita. E intreccia con lei. Alla confluenza delle strade. Non sempre morte e destino camminano sottobraccio. Sono amici di strada. Bravacci di quartiere. Bizzosi e burloni. Lei non ha coscienza. Lui quasi sempre. Lei tronca esistenze. Lui ne sposta il baricentro. Le orienta, ma più spesso le disorienta. E si trasforma nella sua compagna. Destino di morte. Non sempre la propria. Spesso quella altrui.

E, per la piccola Liesel, la fine è quella di chi le sta vicino. Attraversa molte vite quella fanciulla che non sa leggere ma subisce il fascino irresistibile del libro. E dei libri. Attraversa infinite vite. Quelle reali, a cominciare dalla propria. E quelle fantastiche di personaggi di fantasia. O quotidiane. Frammenti di umanità concreta. Le tocca con mano. Vi si immerge. E scopre che immergendosi negli altri si finisce per aderire loro. Talvolta in modo indissolubile. Tanto che quando una di quelle vite finisce, anche parte della sua termina in qualche angolo inaccessibile dell’etere.

Quando arriva nella strada del Paradiso, Liesel è una bambina di pochi anni che una madre incapace di mantenerla affida a chi più di lei può darle un’istruzione e, forse, un futuro. Ma quel nomen-omen non è un presagio. Ad attenderla non c’è alcuna forma di paradiso, ma un mondo terreno e terrestre fatto di guerre e conflitti che non sono solo quelli dove scoppiano bombe e fanno fuoco i mitra. Sebbene quel paradiso a misura di essere umano andrà in frantumi proprio per qualche ordigno traditore che cade improvviso dal cielo. Pioggia di morte negli ultimi mesi di guerra di una Germania nazista imbevuta della propria stessa inesistente onnipotenza. “Odio Hitler” griderà lei nel vuoto di un bosco su cui si affaccia, inatteso, un lago. “Odio Hitler” griderà a gran voce, in quella radura, il suo compagno di giochi e di confidenze. Poi verrà l’apocalisse ma non per Liesel, costretta a trangugiare l’amaro calice di un veleno che le sottrae le persone più care. Ma non la lascerà sola.

Storia di una ladra di libri di Brian Percival, regista inglese al quale si deve Downton Abbey, recupera il romanzo dell’australiano Markus Zusak e racconta con un tono da fiaba le molte vite di quella bambina che un giorno decise di salvare i libri dal rogo dell’oblio. Imparò a leggerli. Ma soprattutto ad amarli. A partire da quel Manuale del becchino che aveva raccolto al funerale del fratellino, morto in tenera età. Qualche attimo prima che lei stessa finisse data in adozione in via del Paradiso, che nulla aveva di paradisiaco. Una burbera matrigna che la obbligava a chiamarla “mamma” e un benevolo dissidente alla tracotanza nazista che lei doveva chiamare “Papà”. Era l’illusione. Sebbene tutti avessero imparato ad amarsi, quello non era il paradiso. La guerra e la prevaricazione non erano solo quelle che Hitler imponeva, ma era l’atteggiamento arrogante del compagno di scuola che la calpestava perché analfabeta. La spiava per infierire sul lato debole. E maramaldeggiare sui corpi.

E non era paradiso nemmeno per l’ebreo fuggiasco, sfuggito alle retate e alle persecuzioni. Nascosto in una cantina, quasi una citazione dell’Ultimo metrò di Truffaut, dove un altro ebreo trascorreva segregato nei sotterranei le violenze della croce uncinata. Max il recluso che finisce per diventare famiglia di quella piccola ladra di libri che aveva trasformato i muri di quel seminterrato in un abbecedario architettonico. Simbologia di una cultura che finisce prigioniera anch’essa della dissennatezza di una dittatura. L’aria umida e stantia di quella stanza cieca diventa una cella per tutti. Ma la salvezza di Liesel e non sarà affatto un caso se proprio rifugiandosi lì, la ragazzina scamperà alle bombe che uccideranno tutta la città. Una Norimberga artigianale che, di fatto, non ha i colori e le sembianze di un luogo particolare della germanità. E della Germania. Girato tra Berlino e Görlitz, avamposto più orientale del Terzo Reich, la cornice urbana del film è un non luogo. Come se in ogni possibile luogo potessero accadere simili eventi.

La piccola Liesel che cresceva a vista d’occhio, in quella cantina trovò la salvezza che già aveva conosciuto il giorno dopo essere entrata in quelle povere mura in via del Paradiso. Quello che non era stato un paradiso negli anni di guerra e le aveva portato via i genitori adottivi, l’amico fraterno e l’ebreo divenuto la sua famiglia, si era trasformato in una nuova vita. Il destino, che aveva saputo chiamarsi anche morte, l’aveva risparmiata per offrirle altre sorprese. Altre vite. Altra vita. Per le strade del mondo le aveva fatto ritrovare Max. Un marito. E molti figli. Ma non le aveva mai fatto dimenticare le sue molte vite già trascorse.

Storia di una ladra di libri è un film che intreccia numerosi temi. Il ruolo del destino e quello della morte. La guerra e la pace apparente. Il valore della parola. Scritta e pronunciata. La parola letta. E quella offerta come pegno di un segreto perché “un uomo è la sua parola”. Prismi multiformi di un astro messo nero su bianco. E la vita che nasce anche dalla cessazione di essa. O della sua forma più tangibile. Non a caso traspaiono – nella galleria delle citazioni – L’uomo invisibile di H.G. Wells e Il mercante di sogni. Libri sulla non trasparenza degli esseri umani e sulla sua onirica fuga dal reale. Salvare un libro dalla furia iconoclasta di una dittatura equivale a salvare l’uomo. O forse, in chiave paradigmatica, tutti gli uomini. Dietro ai quali peraltro non si nasconde soltanto il pregio o il difetto. “Nel mio mestiere – spiega l’elegante uomo senza volto e senza nome – vedo il lato brutto e il lato bello dell’uomo. E mi chiedo come sia possibile che esso sia tutte e due le cose insieme”. Interrogativo di un cinema postmoderno che ama rivolgere allo spettatore un quesito in forma diretta, pur sapendo forse che esso non è nemmeno tale. Ma sottolineatura di quella convergenza di opposti che ogni essere umano porta con sé.

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