Le donne sono una risorsa, ma anche una maledizione

 

 

 

 

L’odore ripugnante dell’amore. Del sesso rubato a pagamento. Non sempre una “marchetta”. Spesso quella cambiale adagiata proprio là sull’avvallamento del fondo schiena. Saldo di un corpo. E della chimica di cromosomi stolti. Sprecati nel nulla di un ripugnante piccolo universo di pochezze e povertà che i pettegolezzi coprono di ridicolo. Infamia risibile. Peggio dell’infamia. E basta. Storia di corruzione e vermi striscianti. Storia di un’Italia che fu. E’ stata. E purtroppo – troppo spesso – è ancora.  Fra gli effluvi di un bordello dolceamaro. Tra sigarette incenerite su bocchini volgari e autoreggenti impiccate a birbanti reggicalze. Il paese è piccolo. La genere mormora la verità negata. Chiusa dal perbenismo vigliacco di chi preferisce il male altrui con il sorriso sulle labbra. Piccole o grandi che siano. Esili o carnose. Ciarliere. O semplicemente. Sorridenti.

Il piccolo universo lacustre, corrotto e riverente. Minimi scambi di favori a sfondo erotico e non solo. Il pretore di Giulio Base, tratto dal romanzo “Il pretore di Cuvio” di Piero Chiara che, da queste parti visse e morì, è uno spaccato della peggiore Lombardia. E della peggiore Italia. Quella del mezzuccio e dell’artificio. E di un potere a misura di pezzente, che non è il povero. Ma l’abbiente dedito ai giochi più luridi. E il pretore (Francesco Pannofino, il “Sonsei” della grande famiglia dei Cesaroni, oggi dispersi in mille film) lascia che la moglie deperisca, consapevole e ridicolizzata per via delle ramificate corna impostele dal fedifrago consorte. Finché la bella dama si riprende ciò che è suo, ovvero la salute e il cuore di un aitante giovane, assunto dal misero pretore alle proprie dipendenze. E di quell’apprendista, che il giudice aveva cercato senza successo di traviare, resta incinta.

Solo allora la donna cerca la sua vendetta. Rifiuta divorzio o separazione e impone al nascituro il cognome del marito traditore. Stavolta tradito, al cospetto dell’intero paese. La macchinazione spoetizza del tutto il collaboratore del pretore, ora senza più dignità, in preda all’alcolismo. Anche l’intraprendente aiutante scarica la moglie del principale, per concedere il suo cuore a una più dignitosa barista. Si finisce fra morti premature. Scazzottate. E il pettegolezzo. Ancora sovrano nella piccola vita a bordo lago. “Il pretore ora…”. Ma quella donna del borgo non finì la frase. Che concluse invece Piero Chiara. Il neonato che chiude le scene del film di Giulio Base, diventa un delinquente braccato dalle forze dell’ordine. Parola buffa anche questa, visto che verrebbe da domandarsi quale ordine mai regni sulle rive di quello specchio d’acqua.

Il regista dunque si arresta un passo prima di Chiara. Non mostra la sepoltura della candida e triste Evelina, di professione moglie cornificata. Né di quel bimbo che il lurido pretore chiama piccolo orfanello, pur ignorando che un genitore al mondo il bebè ce l’ha ancora. Sia come sia, quello dello scrittore prima e del regista poi, è un mondo orrendo al limite dell’indigeribilità. Un villaggio di modesti lavoranti del vizio e dell’abiezione, che si muovono come formiche in un labirinto dal quale sono incapaci di uscire. Non c’è riscatto dal nulla in cui si rifugia un pretore sesso-compulsivo, che fa di un motto depravato la sua ragione di vita. “Ogni uomo nasce ed esce da un corpo di donna e, quanto prima, in un corpo di donna sogna di tornare”. Non c’è amore, ma sesso dozzinale. Non c’è anima ma qualunquismo collezionista. Nell’installare ramificazioni su capi altrui. Nel voler fare a pezzi le proprie. Nel  discutere difese legali di delinquenti riciclati da galantuomini. Nell’esercitare il potere e inorgoglirsi con l’eiaculatio praecox di una dignità da spaventapasseri.

E’ il mondo della falsità in ogni sua sfumatura, che un film ben fatto nel suo complesso offre al disgusto morale dello spettatore. Nessuna figura è positiva o mostra aloni di merito, ma ci si trova nel museo delle cere dei fantasmi dell’etica.

La pellicola, ben girata, ha il suo pregio maggiore nell’uso del sonoro grazie ai raccordi sulla musica. Vengono utilizzati brani lirici di grande impatto, dosati nei momenti cruciali, soprattutto per creare il congiungimento di una sequenza con la successiva. Una tecnica in cui Base dà ampio sfoggio di grandi capacità e che riconcilia lo spettatore attento con i mezzi di montaggio che il cinema offre per assemblare un’opera convincente. Il film non sarebbe male se non fosse un’antologia di riprovevoli costumi, in senso sociale e morale, non certo di abbigliamento, per quanto Pannofino per larghissimi tratti in mutande e canottiera, con calze e giarrettiere sia spettacolo gradevole solo per gli amanti dell’orrido. Mentre i nudi femminili, disinvolti e impudichi, risultano piuttosto algidi e tutt’altro che stuzzicanti, in una trama in cui invece dovrebbero esserlo per esemplificare gli appetiti animaleschi del laido pretore. Il film poi non ricalca le pagine di Chiara. Ne segue la falsariga, ma occasionalmente se ne discosta. Quale sia migliore, difficile dire. Certo è che Varese e il Varesotto non riesce ad essere rappresentato sul grande schermo se non per i suoi lati opachi. Prima Il capitale umano poi ora Il pretore. Eppure questa terra ha ben altre eccellenze…

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