Resta ancora qualche barlume di speranza in questo mattatoio che si chiama umanità…

 

 

 

 

 

 

Fasti di un passato lontano. All’ombra di un presente decadimento. Il Grand Hotel che fu. Tempio di regali passaggi. Testimone di una Storia incompiuta. Un perenne divenire come le singole piccole vite che, dagli stanzoni del Grand Budapest Hotel, sono uscite ed entrate. Covando speranze. Cercando sesso. Inseguendo ricchezze. Pretendendo popolarità. Imbrogliando attenti o perfidi  tutori della legge. Perfino sparando. Amando. Proteggendo. E proteggendosi. Compiendo scalate sociali. Economiche. Finanziarie. Un non luogo e una non terra, forse perfino una non realtà. E’ il Grand Budapest, abbarbicato a quelle rocce impervie dove solo una sorta di funicolare riesce ad arrivare, ansimando vapori. Elite perdute. Decadute. Fasti impolverati. Annacquato sangue blu, con gli anni diventato di un pallido azzurro, schiarito e sbiadito. Dove annegano globuli rossi senza salvagente e si confondono globuli bianchi disorientati. In quell’indaco devastante. E devastato.

Zero (Frank Murray Abraham) è un ex ricco. Oggi sopravvive a sé stesso. E ai ricordi. In quel vetusto crocevia di mondanità trascorsa, nell’immaginaria repubblica di Zubrowka, s’imbatte in un avventore, uno dei pochi, interessato alla sua storia. S’incontrano casualmente tra i vapori di un bagno turco, vecchio – anzi vecchissimo – stile. L’invito è per la cena. Un tavolo nel salone delle feste e il là a ricordi a tinte forti. E dalle forti emozioni. Zero era un emigrato, quando varcò per la prima volta l’augusta soglia del Budapest. Era l’addetto agli ascensori, ma capì che gli ascensori mai lo avrebbero fatto “salire” nelle cerchie di rispetto di una raffinata società. Finì che fece amicizia con Gustave (Ralph Fiennes) occulto pilota di quell’ambigua ciurma che navigava negli stanzoni dell’hotel. E utilizzava alcove nascoste per giochi proibitissimi.

Finì che un’anziana, età preferita di Gustave, pagò con la vita chissà quale colpa, e l’astuto dongiovanni se ne servì, impossessandosi del quadro promessogli da madame il giorno in cui fosse morta. Parte a questo punto un dedalo di corse e fughe a perdifiato, nel gelo della notte e con mezzi improvvisati, tra inarrestabili tentativi di recuperare il quadro. Acciuffare assassini presunti o reali. Ovviamente, arricchirsi. E per il timido , ma intraprendente Zero, sposare la pasticciera di cui si era perdutamente innamorato. Nessuno tuttavia, tranne Zero e quell’ospite casuale, ha il destino di diventare anziano e l’unico a mostrare indelebili segni del tempo è quell’albergo, ora claudicante ma, come tutti i grandi vecchi, con infinite storie da raccontare.

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson è un’antologia di vite vissute allegramente e tragicamente. Eroicamente e indegnamente. Ai margini di una guerra, che assomiglia più a una comprimaria, che non a una protagonista capace di orientare e  condizionare destini. E le figure che affollano le stanze sono spesso pallide e goffe figure di parvenu, travestiti da nobili arrivisti del belmondo. Come tradizione in molti film di Anderson manca un cattivo di ruolo e la corsa del fuggiasco, inseguito, sembra essere l’inseguimento di un pettegolezzo a caccia di un fondamento di verità per nobilitarsi. E l’aspetto avventuroso di una trama avvincente quanto sostanzialmente sterile, benché divertente, rappresenta una caricatura di sé stessa. Si ha quasi l’impressione che Anderson voglia prendersi beffe di un intero genere, giocando sugli equivoci fino a metterla completamente in ridicolo.

l film è costruito come un grande racconto retrospettivo, portato avanti con la brillantezza della convivialità e, su un modulo narrativo su cui il cinema postmoderno punta in modo deciso, offre un paio d’ore gradevoli ma resta per larghi tratti impalpabile, nascondendosi dietro un equivoco di fondo che lo spettatore riesce a fatica a chiarire. Grand Budapest Hotel vanta un cast recitativo di prim’ordine. Oltre ai già citati Fiennes e Abraham, c’è Adrien Brody. Tilda Swinton. Jude Law. Owen Wilson. Bill Murray. Harvey Keitel. Willem Dafoe. Jeff Goldblum. Mathieu Amalric. Lea Seydoux. Edward Norton. In buona sostanza, un’élite davvero di prestigio che autorizza a dare per acquisito come una squadra eccezionale sia pensata per raggiungere un obiettivo irraggiungibile ai più. L’attesa insomma è alta. Le ambizioni sembrano immense, ma alla fine del film gli interrogativi restano sulla carta. E, a parte l’eccellente prova d’orchestra e un intreccio gradevole che tuttavia sfiora la favola, che cosa resta… resta un mistero.

 

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