Hai scelto l’amore, Noè. Non hai rifiutato la Sua volontà. Ora prendici per mano perché sia un nuovo inizio…

 

 

 

Patriarca antidiluviano e post diluviano. A differenza di Matusalemme, che morì travolto dalle acque alla veneranda età divenuta proverbiale di 969 anni, Noè fu l’artefice della sopravvivenza. E l’Arca da lui costruita per salvare un ridotto campione della specie umana e animale è il simbolo di quella salvezza nel nome del Supremo. La stirpe del maligno finisce annegata e rinasce un’umanità alla quale non sono richieste le malvagità di chi l’ha preceduta. Oggi sappiamo che lo scopo è stato in larghissima parte fallito e altrettanto in larghissima parte centrato, perché Bene e Male si contrastano. Si bilanciano. Talvolta si compensano. Ma in realtà sono le due facce di una stirpe che sceglie, in base al libero arbitrio, quale strada imboccare.

Noah di Darren Aronofsky (Il cigno nero e L’albero della vita) ne rievoca la vita e le gesta aggiungendo una nuova tessera all’articolato mosaico, composto dai film che insistono su argomenti religiosi o mitologici, spesso realizzati con tecniche evolutissime quanto perfezionate, ma mostrando tuttavia limiti evidentissimi e fortemente penalizzanti. Noah non ne risulta esente, benché le due ore e venti minuti di durata complessiva siano gravi, proporzionalmente alla materia trattata. La pellicola ripropone la vita di Noè fin dal suo imbattersi – ancora bambino – nell’erede della schiatta di Caino, personificazione del Maligno, nell’atto di uccidergli il genitore. E con esso tornerà nuovamente a incrociare cammini e destino fin quando cesserà il diluvio universale. Il perfido discendente dell’assassino di Abele riuscirà infatti a intrufolarsi nell’Arca e a tentare di uccidere Noè dopo essersi cibato di alcuni degli animali posti in salvo dal patriarca. Complice del malvagio è Cam, uno dei figli di Noè, infuriato con il padre che gli avrebbe rifiutato di condurre sull’Arca una ragazza che egli voleva salvare e di cui era innamorato. Ma tutto è bene ciò che bene finisce e la famiglia del patriarca si ricompatta dopo che Noè, pur volendo uccidere le gemelline figlie di Sem, perché non si perpetuasse la specie umana, rifiuta di farlo, lasciandosi sopraffare dalla pietas.

Il film, perfezionato e curato nella sua versione tridimensionale, è accresciuto da numerose stelle della recitazione cinematografica da Russell Crowe, nei panni del patriarca, a Emma Watson in quelli di Ila. Da Anthony Hopkins nelle vesti di Matusalemme, a Nick Nolte in quelle di Samyaza e a Jennifer Connelly che interpreta Naamah, moglie di Noè. Tuttavia infinite sono le pecche che ridimensionano l’opera. In primo luogo Noah si inserisce, come detto, in una tradizione tutt’altro che lusinghiera dei film a sfondo religioso, storico o mitologico che pagano lo stesso pedaggio di una falsariga comune e stereotipata fino allo stremo di ogni pazienza. Noah oggi come Hercules ieri, come Pompei e l’elenco potrebbe continuare, sono il risultato di una serie di ingredienti anticipati e scontati. Un genitore assassinato con brutalità a inizio film che tratteggia subito il profilo del malvagio di turno. Un’epopea mitica di un eroe, qualunque sia la sua provenienza, storica, religiosa o appartenente al Mito. Una spolveratina di sentimento che può tradursi in un risvolto sessuale più o meno marcato. Uno scontro titanico fra due eserciti contrapposti, il Bene contro il Male, e conseguente esito largamente prevedibile. La violenza e la spettacolarità di tale conflitto, ottenuto attraverso tecniche registiche come l’uso della moviola, peraltro assente in Noah, dove è invece presente l’imponenza e la suspense della battaglia. Quindi il lieto fine che rasserena lo spettatore.

Nel caso di Noah, queste componenti, tutte rappresentate nella trama e nella costruzione filmica, depauperano l’originalità del film nonostante la scelta di un personaggio tra i più noti e famosi della tradizione religiosa. Eppure la pellicola è una miniera di incongruenze allarmanti. E’ ben noto che il cinema non ha l’obbligo di rispettare la realtà storica, o semplicemente evenemenziale, ma è universalmente discutibile e risibile consentire l’uso di una sorta di lanciafiamme ante litteram all’alfiere di Caino che, proprio sparando nel cielo lingue di fuoco, dà ai suoi il segnale d’attacco contro i Giganti in difesa dell’Arca. Altrettanto comico è lo sforzo del cattivo di porsi in salvo riuscendo a ricavarsi un varco aprendo nella chiglia dell’Arca una fessura sufficiente a penetrarvi, senza però che durante il diluvio l’acqua invada le viscere dell’imbarcazione. Completamente priva di fondamento la teoria per cui Noè e la moglie avessero adottato una bambina, trovata in fin di vita in un accampamento devastato senza alcun altro sopravvissuto. Ugualmente falsa la polemica fra Noè e il figlio Cam che reclamava di voler portare una donna sull’Arca, per potersi poi unire a lei dopo la salvezza del genere umano. Inesistente il combattimento tra Noè e il pronipote di Caino e senza fondamento perfino il Noè deciso a uccidere le sue nipotine per impedire che il genere umano potesse moltiplicarsi. Tanto meno reale anche la sbornia di Noè, una volta terminato il diluvio universale.

In buona sostanza, una miniera di difformità allarmanti che allontanano completamente dalla tradizione il film e la materia trattata. Noah, insomma, è altro rispetto alla Storia. Ma anche su questo si potrebbe transigere, se non fosse che è stato lo stesso regista a dare – a suo modo – una ragione a queste falsità. E la giustificazione appare la più infantile e banale, oltre che errata, a potersi accampare. Noè, secondo Aronofsky, sarebbe creatura tanto mitica quanto sfuggente, solo superficialmente descritta in pochi punti della Bibbia, da alimentare e consentire qualsiasi divagazione sul tema, lavorando di fantasia. E qui si abbandona il campo della creatività e dell’interpretazione di una figura religiosa per entrare in quello dell’ignoranza abissale.

Il regista certamente non sa che Noè non è soggetto esclusivamente biblico, in quanto trattasi di uno dei patriarchi riconosciuti da tutte e tre le grandi religioni monoteiste. Pertanto la sua figura compare nella Bibbia in vari punti della Genesi, ma non solo. L’ebraismo ne offre testimonianza nel Talmud sotto il nome di Zaddiq e ne descrive i compiti, la vita e il ruolo. L’islam  infine propone una versione di Noè nell’undicesima sura del Corano dal versetto 27 al 51, dove si dice – tra l’altro –  che l’Arca si sarebbe fermata definitivamente sulla riva est del Tigri all’altezza della città di Mossul, nell’odierno Irak. Ignorando tutto questo è facile fornire un racconto che, oltre a scelte anacronistiche, offre una minima parte di verità e una vicenda che non assomiglia più, se non solo vagamente, alla vita di Noè. Aronofsky – colpito da una fatwa in quanto colpevole di aver raffigurato un profeta, peccato mortale per i musulmani – pecca insomma di scarsa informazione e documentazione storica che poi si traduce in una discutibile resa cinematografica finale. La scelta di ambientare le scene in Islanda, mentre si svolsero in Medio Oriente, sono la ciliegina sulla torta dell’ignoranza. Regista bocciato. Film guardabile, sapendo che l’unica cosa vera davanti agli occhi sono gli occhialini in 3D.

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