Non ci si innamora di un altro perché ci parla ma perché, quando lo vediamo, sappiamo già tutto di lui…

 

“Le avevano perfino proibito di annotare i suoi pensieri. E questa era la cosa che le risultava più intollerabile”. Rosa Luxembourg. Una foto e un’idea. Un paradigma. Una scrittrice che si auto esilia dopo il divorzio dal marito. Una romanziera vecchio stile. Attaccata alle tradizioni. Ai principi. Al braccio severo dell’autorità che divide il giusto dall’errore. Tronca l’arroganza. Spezza le corde vocali ai professionisti del rumore. Il sapore della libertà. Un suono tribale. Un tamburo. Una canna. Un ballo senza ritmo. Un libro già scritto. Un libro da scrivere. Una quiete squarciata. Un insulto gratuito. Un silenzio loquace. Che parla più di miliardi di parole. Inflazione di decibel.

Arianna (Laura Morante), autrice rinchiusasi nel suo retiro creativo, ospita una giornalista che la intervista portandosi dietro la figlia, Gea, prima di lasciarla alla nonna. Tuttavia al momento di uscire dalla casa di Arianna, la piccola non ne vuol sapere e la letterata si offre di tenerla per una notte. Fallito il tentativo del padre di prenderla con sé, l’ombrosa Gea  stabilisce una tacita intesa con Juri (Jacopo Olmo Antinori già apprezzato in Io e te di Bertolucci), figlio di una russa che lavora in un locale notturno. La ragazzina è affascinata da quel gruppetto di giovanotti che fanno chiasso sotto le finestre di Arianna. Sono poco più grandi di lei, ma a sufficienza per sembrare di appartenere a una diversa generazione. Gea riesce comunque a stabilire un’embrionale forma di amore o forse semplicemente un legame con quei ragazzi e ad allargare la frattura con Arianna, per la quale invece quei giovani sono solo dei rumorosi e irrispettosi campioni dell’oltraggio alla pace altrui. Quando la madre verrà a prendere la figlia, Gea si allontanerà non senza aver chiesto e ottenuto da Arianna di avvertire Juri, nel frattempo rimasto anch’egli solo, perché la madre si è trasferita a Varese con un nuovo amico.

Nessuno mi pettina bene come il vento di Peter Del Monte (Piso Pisello, Irene Irene, Julia & Julia) deve il titolo a uno degli aforismi più suggestivi di Alda Merini e, come pochi altri, risulta perfettamente centrato sulla tematica principale del film. Nulla infatti appare un simbolo di libertà come il vento nei capelli e la pellicola mette a confronto proprio i differenti modi di intendere la libertà, secondo generazioni diverse e diverse tipologie di caratteri, con conseguenti modi opposti di scorgere e interpretare se stessi nel mondo. A suo modo, Gea è la giovanissima senza confine e con candore che conosce il limite dell’inoffensività, anche se agli occhi della più matura Arianna appare come la scapestrata inconsapevole ragazzina, ignara del più elementare rispetto delle norme. E invece è la piccola Gea a insegnarle che nulla è scontato se non lo si può attribuire con certezza alla mano del suo artefice.

La libertà d’insulto dei perdigiorno non è motivo di colpa solo perché i ragazzi stanno spesso sopra le righe. E se questo concetto di libertà riesce almeno a far sorgere il dubbio di essere in errore da parte della scrittrice , il merito lo si deve a quella ragazzina dalle risposte laconiche quanto razionali. Prospettiva ben diversa dalla libertà propriamente intesa da tutti gli altri protagonisti del film. Il vecchio che cerca nella droga una valvola di fuga e di uscita a una vita già in soffitta. A ricordi chiusi in una valigia più ricca di fallimenti che di successi o soddisfazioni. Juri che non trova di meglio per mantenere se stesso se non vendere cocaina a quell’anziano, con il viso solcato dal dolore del nulla. Un nulla libero di cui è fatta anche la sua vita, con una madre assente che lavora in un locale notturno, svolgendo un lavoro non meglio identificato. Pure questa è una forma di libertà che trova nell’indefinito un raggio effettivo d’azione. Ed è proprio quella madre opaca a ritagliarsi la propria libertà di andare a starsene con il primo venuto, uscendo di fatto ma non di nome dalla vita di quel figlio spacciatore che lei ignora.

E c’è la non libertà del padre separato di Gea che vorrebbe riaccoglierla con la nuova compagna e la figlia della donna, ma viene avvertito che la ragazzina non è benvoluta. E la fuga di Gea, agile nell’accorgersi del rifiuto, riconsegna una libertà alla non libertà di quell’uomo che sospira di sollievo nel trovarsi esentato dai suoi compiti di genitore. Nessuno mi pettina bene come il vento è un film freddo. Gelido. Quanto forse lo è il distacco con il quale Del Monte parla di un tema tra i più respingenti. E i sobborghi laziali sembrano sobborghi di qualsiasi città. In qualsiasi regione. Come quelle sette lettere, pronunciate da Gea all’atto di andarsene. “Tornerò”. Una promessa. Ma anche una forma di libertà.

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