-Lei ha mai fatto un triangolo…

-Nel 1977, durante il blackout. Nessuno ha visto niente, ma è stato piacevole…

 

 

 

Lo chiamano il mestiere più vecchio del mondo. Eppure ha un nome preciso. Si vende se stessi. La propria intellettualità. O i propri corpi. Convinti che, in fondo, a tutti interessino. Talvolta ci si mette anche in saldo. Poi, al momento cruciale, si scopre che l’articolo non è sempre così richiesto. E la mercanzia del caso può tranquillamente restare invenduta. A dispetto della liquidazione. Che insomma vendersi sia tutt’altro che affare semplice e il mestieraccio pretenda invece un’arte in formato tacco dodici o fare da macho, lo dimostrano quelle estremità della vita nelle quali chi vi ricorre, per disperazione, si ritrova più disperato di quando ha iniziato. Con conseguente implacabile beffa. La gogna del ridicolo. In buona sostanza, che siate uomini o donne, prostituirsi o usare la prostituzione è pericoloso assai. Le sorprese sono una certezza e la soddisfazione – psicologica o fisica – non è affatto garantita.

Woody Allen e John Turturro sono lo sfrontato esempio di un’ingenua innocenza su come si possa fallire nei panni del magnaccia e in quelli del maschio in offerta. Gigolò per caso è la storia di due amici per la pelle, peraltro assai male in arnese, che, per disgrazia, si mettono in affari. Fioravante, un nome del destino perché Turturro fa il fioraio, non vende granché. Murray invece ha addirittura chiuso la sua libreria dopo tre generazioni. E proprio al più “anziano” si accende la lampadina e vende l’amico alla dermatologa, in cerca di un uomo per un menage a trois. Fioravante diventa così il gigolò Virgil e Murray il pappone Bongo. Ma soprattutto il protettore che non sa ancora chi deve proteggere. O meglio, con grotteschi mezzucci, si sforza addirittura di convincere il compagno di essere adatto al ruolo. “Sei disgustoso nella maniera giusta, lo dico bonariamente” si spinge l’attempato Murray.

Fioravante finisce per crederci e si rassegna al nuovo ruolo. La negazione del “bello e impossibile” e del macho tutto muscoli e testosterone diventa più gradito alle donne. Saperle ascoltare. Volerle ascoltare. Farle ballare. Sorridere. E un casto massaggio, oppure una cenetta, si rivelano più sexy e provocanti di tanti corpi scolpiti in palestra, bocciati alla prova delle lenzuola. Virgil, gigolò per caso, cade nel più ingenuo degli incidenti proibiti al mestiere. Si innamora. Nel suo destino è una giovane ebrea, vedova di un rabbino, a sua volta mai persa di vista da un vecchio spasimante in attesa. E nell’intimo della comunità chassidica prendono consapevolezza cuori sotto scacco.

Gigolò per caso è ufficialmente un film di John Turturro, ma in realtà ha tutto del primo Woody Allen. Quello di Manhattan e Io & Annie, soprattutto nelle dinamiche esterni-interni in cui predomina la verbalità all’azione, comunque mai statica. Quello di Stardust memories e La rosa purpurea del Cairo, nel caso della realtà parallela che sembra affiancare la scontata quotidianità. Quello che contava veramente. Quello delle battute folgoranti che anche in questa sceneggiatura abbondano come perle di una saggezza incontaminata e di un umorismo contagioso. Allen, l’ebreo autocritico che, a processo davanti al rabbino, deve rispondere all’augusto quesito. “Sei orgoglioso di essere ebreo…” al quale Woody, con quel classico sguardo di sott’in su e la voce malferma, risponde sicuro. “Orgoglioso sì, ma anche spaventato…” O quando cerca di far giocare a baseball i ragazzini che gli chiedono perché non mettere i bianchi contro i neri, ai quali Allen risponde indirettamente con la sua frecciata rivolta allo spettatore più che ai bambini. “Ecco perché dopo settant’anni va ancora di moda il fascismo”.

Se quell’ammonimento iniziale di Allen a Turturro – “Il gigolò è uno che lavora con la musica, musica e parole intendo” – suona beffardo, in realtà diventa il filo conduttore di un copione che, sulle parole basa la sua forza. Fisionomie diverse. La saggezza ironica del vecchio intraprendente pappone, davanti alla timida cautela di un compare abituato al silenzio dei vegetali, che non esita tuttavia a snocciolare mozziconi di parole in italiano o citazioni latine, meglio apprezzate da chi vedrà il film in lingua originale. Uno specchio artigianale che riflette le figure diverse di tre donne opposte. Quella affascinante e sobria, un po’ matura, alla Sharon Stone, imbrigliata in un matrimonio insoddisfacente che non le permette di vivere né la vita né la sua sessualità. Quella prorompente e procace, aggressiva e insaziabile, alla Sofia Vergara, cui si accende tuttavia un  brillare nelle pupille quando, in tre sul divano, sul più bello, guardando il gigolò che deve mandarle in estasi, esclama “Ma è innamorato…”. O quella timida e imbrigliata nello scacco fra tradizione e religione. Castrata in una femminilità che vorrebbe esplodere, ma si scopre ricattata da quella condizione penalizzante di madre ebrea. Alla Vanessa Paradis. Che si confessa pubblicamente davanti al rabbino inquisitore, prima che ogni tessera del mosaico torni al suo posto.

Mai volgare, anzi estremamente raffinato ed elegante, il film di Turturro è una pellicola che Allen ha letto per caso e ha fatto propria. Turturro sostiene di averne parlato al suo barbiere, tra una sforbiciata e l’altra, e questi gli avrebbe garantito di parlarne a un suo cliente di riguardo. Quell’uomo era Woody Allen, che della storia si è innamorato e ha influito su molte parti. Gli affezionati amici del regista del Dittatore dello stato libero di Bananas ne riconosceranno più di una traccia e ritroveranno quell’uomo che frulla le mani come solo lui sa fare e pronuncia battute folgoranti con la semplicità di un bambino anziano. Il senso di Allen per l’amore. Il senso di Allen per il cinema. Quel cinema ruspante, fatto di piccole immense verità. Come perfino ciò che appare più semplice, vendere se stessi, richieda a suo modo abilità particolari. Capacità e intrighi. E se non si ha nell’anima quel profondo disprezzo di se stessi necessario a prezzolarsi, l’affare fallisce. Perché il compromesso… è compromesso vero. E prima di venire a patti con altri occorre scendere a patti con la propria coscienza. Con la quale, però, non c’è truffa che regga.

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