Swing napoletano e proiettili. Sorrisi, mazzate e belle donne. Napoli violenta tra tanta musica e qualche risata. Delinquenti goffi nel morire. E poliziotti impacciati anche all’apice del successo. Trafficanti-marionetta e autorità compiacenti verso protetti e protettori. Poi tanta musica con sonorità popolari. Cellulari caldi, nel senso di telefonini. E “cuoricine” che imperversano fra messaggi e telefonate al beniamino di turno. Amore, morte e swing partenopeo. E partigianeria contesa. Detrattori e sostenitori di Posillipo e dintorni si scambiano colpi bassi e speranze. Accuse e promesse. Tutto questo è Song ‘e Napule dei Manetti Bros, un film che non ha nulla del capolavoro, ma molto per gli amanti dei B movie con lo scopo di divertire e far divertire. Thriller che non riesce mai a mettere paura, ma spesso è capace di buttarla sul ridere, la pellicola fa trascorrere qualche ora ridendo di delitti e delinquenti. E in questo forse sta il suo maggior pregio.

Ciò che realmente discosta Song ‘e Napule da tutti gli altri titoli del genere è il suo scanzonato modo di affrontare un’avventura di cui sono protagonisti i personaggi più tipici dei copioni del genere. ‘O fantasma è un sicario senza paura che massacra perfino i bambini e non si pente, ma il suo volto è lesa maestà. Chi lo vede, muore. Nemmeno la polizia ne ha un vago identikit, perché chiunque ha la buona o mala sorte di trovarvisi davanti, finisce al creatore. Quindi non può collaborare. Ma ‘o fantasma è intimo amico di un padrino camorrista, tanto feroce con la mazza quanto l’altro con la pistola, e l’unico modo per incastrarli è infiltrare uno sprovveduto ma bonario agente in una band scritturata per cantare alle nozze della figlia del boss. Sparatoria finale e all’altro mondo i cattivi con buona pace di tutti. Buoni. Buonissimi. E meno buoni.

Volti diversi che emergono da una realtà ai confini del vero. Commissari di pubblica sicurezza dall’aspetto più truce e violento dei criminali veri. Cantanti che all’apparenza paiono pendagli da forca e invece si rivelano i campioni del buonismo un po’ ruspante vesuviano. Una procace belloccia che s’innamora del più tonto. E il più classico degli equivoci ben mascherati che innesca delusioni. Verità. Scuse. E bacio della buona notte. Song ‘e Napule finisce come deve finire. Il cattivo muore. Il più pavido stravince. Il truce commissario ci resta con un palmo di mano e il questore non ci capisce nulla, ma va bene così. In fin dei conti è Italia verace. E così sia.

E tra le pieghe del Belpaese, in versione blues e rossetto, ecco il cantante che fa il verso a Gigi D’Alessio. Le fan ribattezzate “cuoricine” e tutti già pronti a impazzire per lui. Ma c’è anche l’innocente in galera e il delinquente libero. Che fa tanto casa nostra e al cinema fanno ridere ancora di più. Salvo poi girare l’angolo e pensare che forse il grande schermo è più vero di quel che sembri. E tra Buccirosso e Serena Rossi, fra il truce Paolo Sassanelli e lo scanzonato Giampaolo Morelli, non resta che riderci sopra. Dalle sequenze di Song ‘e Napule escono vecchi aromi anni Settanta, cucinati con i sapori del nuovo millennio, in un cocktail inedito. La rozzezza bislacca e falsamente grave dei B movie di allora, con la musica che contamina in porzioni abbondanti i fotogrammi di oggi. Rivisitazioni di quei film di serie B dove l’aspetto truce di tanti protagonisti del poliziesco trova un contrappunto solo nel severo commissario. Per il resto è bonario compromesso per strappare una risata. Anche così, fra le trasognate melodie di Lollo love. Amore al saccarosio in quantità proibite ai diabetici.

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