L’hanno chiamata in tutti i modi. Nanì. Nannarella. La Magnani. Semplicemente Anna. Lei resta il primo Oscar femminile che l’Italia si è portata via da Los Angeles. Ma Nannarella quel tripudio lo visse da lontano. A Palazzo Altieri. Nel cuore della sua Roma di cui era l’emblema. Troppa la paura del volo per arrivare fin laggiù. Dall’altro capo del mondo. Le è bastato starsene a casa sua e lasciarsi travolgere dai telegrammi. Così arrivò a Roma la prima statuetta tutta italiana. Il film era La rosa tatuata di Daniel Mann, su un dramma di Tennessee Williams che, della Magnani, fu intimo amico da sempre.

Eppure, quella di Nanì è stata una vita dura. A tratti durissima. Maltrattata in amore, senza la relazione stabile che avrebbe sempre desiderato, ma con una moderata quantità di uomini in vesti di comparse. Lei che le comparse e le comparsate le ha sempre odiate. Maltrattata dal cinema al quale ha dato tutto e che un bel giorno ha deciso che lei, la Magnani, la divina di Roma città aperta e La rosa tatuata, non andava bene nemmeno più per recitare nei panni di una popolana o una prostituta. Lei che a popolane e prostitute aveva restituito una dignità. Maltrattata dal destino che le aveva dato in dono una madre, ma non un padre. Chi mise incinta Marina Magnani (Anna ereditò il cognome materno) non ha mai reclamato il cuore di quella figlia che diventerà famosa.

Un destino che l’ha perseguitata con le malattie. Il figlio Luca, afflitto da poliomielite nei primi anni di vita. E quel tumore strisciante che le attaccò il pancreas in anni in cui i macchinari per la diagnosi si chiamavano palpazione. Non esistevano Tac, né biopsie. Tantomeno Risonanze e altre mirabilie della tecnica. Ma, ieri come oggi, il pancreas è indifeso e indifendibile. In poche parole, vince la morte. E si portò via Nannarella il 26 settembre 1973, ad anni 65 e mezzo.

Tra l’alfa e l’omega tanto teatro, l’unico a prenderla per mano quando non era ancora affermata e a lanciarla nell’empireo. L’unico a riaprirle le braccia quando un cinema ingrato la emarginò in modo subdolo, offrendole cioè quelle parti che la offendevano, lasciandole briciole mediocri tra contratti che si arenavano e produttori che litigavano. Quello stesso teatro che fu il solo a riaccoglierla nei primi anni Sessanta quando l’orrenda Pila della Peppa le fece capire che la favola era finita. E le regalò nuovi successi. Gli ultimi della sua carriera. Prima che quel male odioso la minasse dall’intimo, uccidendola.

Tragica e affascinante allo stesso tempo, la vita di Anna Magnani l’ha raccontata nuovamente Matilde Hochkofler nel volume Anna Magnani (Bompiani, pp. 400, euro 19) che vale molto più del prezzo di copertina. La biografia dell’attrice, ricostruita attraverso uno scrupoloso lavoro d’archivio soprattutto sulle lettere che l’attrice spedì e ricevette, oltre che alle testimonianze preziose del figlio Luca Magnani, ha il solo difetto di non collocare in modo preciso le citazioni delle lettere alla missiva di pertinenza. Zero note e una memorialistica pregevole che si perde nel mare magnum degli apporti senza ricondurli alla matrice esatta. Ma onore all’autrice per aver saputo trattare con tanta meticolosa cura una materia ricchissima e per questo a rischio di disorientamento. Fino all’ultimissimo atto, che non è stato quell’odioso e innominabile male, ma a quel gesto di saluto – sbarazzino e piccato – con cui si chiude Roma. La cartolina di Fellini alla città che gli aveva dato tutto.  Anche l’onore di lavorare, per un attimo, con Nannarella.

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