Tu sei il mio unico e vero amico… Ora io combatterò con ostinazione ogni pericolo di ricadere nella ninfomania

 

 

 

Sesso come malattia. Angoscia. Senso di vuoto inappagato degli appetiti e dei sentimenti. Il sesso come una cosa. Che si prende. Si lascia. Si dimentica. Si usa. E se ne abusa. Ninfomania, in termini medici. Una patologia femminile che può rovinare e distruggere perfino la psicologia maschile. E l’uomo che, con essa si trovi a confrontarsi. Forse, a combattere. Certo a morire. Come muore una donna. Trafitta nel suo intimo da un cupio dissolvi autolesionista. E senza appello. Distrutta nella sua desiderabilità. Ferita nel suo essere. Donna. Per diventare puro strumento di un’ombra pesante e incombente sulla sua psiche e ciò che, in mille forme diverse, la lambisce e la tocca. Una dipendenza. Una droga. Una morte. Come in ogni cosa che si assaggia e non produca sensazione. Scorra come il nulla. Impalpabile e indefinibile. Triturato nella gigantesca pattumiera del vissuto non-vissuto.

Nymphomaniac vol. 1 e 2 di Lars von Trier, terzo titolo della trilogia sulla depressione dopo Antichrist e Melancholia, è un film respingente. La cronaca di un disastro a metà strada fra sentimento e fisicità.  Senza essere mai l’uno. Senza essere, compiutamente, nemmeno l’altra. I soloni del perbenismo politically correct ne parleranno come di un film scandalo. Se ne parleranno. Sottolineeranno l’aspetto pruriginoso di cui in realtà il film è totalmente privo. E, se fossimo ancora nell’altro secolo, pure di oltraggio al pudore. Eppure non c’è nulla di tutto questo. Perché Nymphomaniac è un film patologico. C’è lo scandaglio di una malattia, foriera di altri disturbi psichici da essa stessa indotti e generati. Depressione. Senso di vuoto. Solitudine. Nichilismo. Sconforto. Il precipizio di un essere umano che distrugge, in nome di un appetito distorto, ogni forma di vita. Perfino la sua stessa. Vita.

Una donna, Joe (Charlotte Gainsbourg), viene soccorsa in strada da un anziano che la trova ferita e abbandonata in terra. La porta a casa propria, le offre vari generi di conforto e si lascia raccontare la sua storia. In otto capitoli, Joe ripercorre la propria vita dopo aver espresso sul suo conto i giudizi più inappellabili. Dal dialogo fra la donna e il samaritano Seligman esce un confronto fra due opposti modi di interpretare fatti e misfatti elencati dalla protagonista.

L’amore profondo verso il padre che una malattia le toglie prematuramente. La mai completa sintonia con la madre. L’uso del proprio corpo come uno strumento. I molti e infiniti amanti. Il piacere mai provato. La morte. La violenza. L’omosessualità. La criminalità. La pedofilia. Il matrimonio distrutto. E la distruzione di altrui matrimoni. Fino al tradimento in cui si consuma un omicidio. Otto come una coppia di numeri che escono dalla sequenza di Fibonacci. Come i colpi che le bastano per sbarazzarsi, bambina, di una verginità mai accettata. E trattata come merce di cui privarsi.

Il racconto di Joe è la cronaca del disprezzo verso se stessa, nato per colpa di un male mai curato, cui solo le percosse e gli oltraggi subiti in quel vicolo buio, dove verrà poi trovata boccheggiante e dove sarà soccorsa, sembrano averla messa faccia a faccia. Un amore fisico e sensuale mai percepito, in rapporto di contrasto stridente con l’amore filiale da lei rievocato, attraverso le lezioni del padre in tema di botanica. E un libro di foglie secche a immortalare quel cuore. Suggestione di tenerezza che solo nel finale mette – come davanti a uno specchio riflesso – l’immagine di Joe, donna sconfitta da se stessa, con un tronco inaridito. E un pensiero che si ricollega all’unico vero legame vissuto. In una frammentazione familiare che troverà eco successiva quando sarà Joe a provocare, senza avvertiti sensi di colpa, l’invaghimento di un padre di famiglia che lascia moglie (Uma Thurman) e figli inseguendo la gioia del sesso a 360 gradi. E infine la distruzione del proprio legame intimo con il compagno Jerome (Shia Lebeouf) e l’abbandono del piccolo Marcel da lui avuto.

Il rosario di una sofferenza che si snoda anche attraverso riferimenti religiosi nel parallelo tra la chiesa della gioia (l’ortodossia dell’Est europeo) a quella della sofferenza (la confessione romana cattolica in linea con l’Ovest del vecchio continente) in una sorta di viaggio che porta dal nascere al tramontare del sole. Da oriente a occidente. Alba e tramonto come un ‘alfa e un’omega. Come il crepuscolo al quale la protagonista sostiene di aver chiesto troppo. Ma proprio nelle ultime scene saprà di aver acquistato la consapevolezza di un superamento. Di aver debellato una malattia che nessuna medicina può curare, se non l’io. Deciso e inflessibile. Una sorta di morte alla quale si giunge attraverso violenza e pedofilia. La prima come un’autopunizione. La seconda come l’interpretazione di qualcosa di abietto cui la protagonista, con forme diverse, finirà risucchiata, quando tenterà di portare sulla strada dell’illegalità una giovane ragazza sola, per fare di lei un’altra piccola Joe. E quando poi sarà l’aguzzina del cuore tenero di un uomo in costante tensione con la sua sessualità immaginifica. Ma in tanti casi così reale…

La tecnica narrativa di Lars von Trier è curata e precisa. Il montaggio è studiato in ogni dettaglio, attraverso raccordi sullo sguardo e sull’oggetto, attraverso sfocature, dettate da un obiettivo che sfasa i piani e annulla la profondità di campo. E con un uso strategico del nero. Fino alla sequenza conclusiva, dove l’epilogo viene raccontato appunto in assenza di immagini. La musica che invade il primo capitolo di Nymphomaniac, lo abbandona completamente nel secondo. Un vuoto di decibel. Fino alla conclusione.  Affidata più ai suoni che alle parole. Forse perché davanti a certi tradimenti le parole non servono più.

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