Amo l’olio e odio il burro. Detesto tutti i latticini tranne il formaggio, ahimè. Ma soprattutto amo la cucina italiana. E’ la migliore. E quando sono all’estero, mangio sempre in un ristorante italiano…

 

L’inizio è già un capolavoro. I soliti ignoti. Mario Monicelli. Anno di grazia, 1958. La banda del buco che sbaglia… buco. Nientemeno che 141 film fa. Claudia Cardinale, che ieri sera ha ricevuto l’Oscar del Miff con il Cavallo di Leonardo, torna a Milano con quella voce baritonale di sempre che i registi dei suoi esordi avevano cancellato, doppiandola.

Colpa delle sigarette…

«Macchè, quelle sono venute dopo. Sono un regalo di Luchino [Visconti, ndr]. Amo il gesto di accenderle, odio la nicotina. E fumo solo quelle leggerissime. Questa voce viene da anni di silenzio. Nell’infanzia. Passavo il tempo a fare a botte con i maschietti. E non c’era bisogno di parlare. Le corde vocali riposarono per anni».

Poi un genio le diede voce.

«Federico [Fellini, ndr] in Otto e mezzo volle che parlassi. Finì il mio silenzio. Ero la sua musa e me stessa. “Appartieni alla terra e all’Africa”, mi disse. Con lui non c’era copione. Il contrario di Luchino che faceva teatro anche al cinema. Forse il primo vero amico che ho trovato».

Ginetta, la figlia di emigranti lucani in Rocco e i suoi fratelli, 1963. Ovvero Milano.

«Mentre si prendevano a pugni nella scena della scazzottata prese il megafono e urlò: “Non mi ammazzate la Cardinale”. Capii di avere un amico».

Ieri e oggi. Che cosa la lega a questa città…

«I film. Luchino. Armani. Appena arrivata in albergo ho trovato un mazzo di fiori. Era di Giorgio. Dice che sono la sua testimonial. La verità è che amo i suoi tessuti, ho una pelle delicata e sono l’ideale».

Oggi quale Milano ritrova dagli anni Sessanta del sofferto boom vissuto dalla parte dell’emigrante…

«Una città fantastica. Ci torno spesso, per lo più in privato. La notte di Milano è bellissima. Tutta illuminata. Un po’ come Parigi. Una piccola ville lumière».

Che significato ha la notte…

«È un momento splendido. Con mia figlia, quando siamo in Normandia, la passiamo spesso con il naso all’insù a guardare le stelle».

Intanto Milano va verso l’Expo. Forse…

«È un avvenimento importante per la città e l’Italia. Serve un rilancio».

Servirebbe soprattutto nel cinema. Nella cultura. Nell’arte. Eppure sono i primi soldi che i governi tagliano.

«Ho proposto che si riprendano le coproduzioni. In Francia sono d’accordo ed entusiasti. In Italia nicchiano. Eppure aiuterebbero, ma oggi non se ne fanno più. E una vecchia attrice come me, ora, cerca di aiutare i registi più giovani che faticano a lavorare e affermarsi. Forse con la Cardinale…».

 

 

 

 

 

 

 

 

Allude a Manoel de Oliveira con i suoi verdissimi 105 anni suonati…

«Certo che no (ridacchia). Gebo e l’ombra è stata un’esperienza. Allora ne aveva solo 102 e prima di arrivare sul set si buttava in piscina a nuotare. Poi mi ha dato una delega. Andare in giro per il mondo a presentare il film».

E lei, da esploratrice mancata, non si è fatta pregare.

«Esatto. Sono stata ovunque, ma non solo per Gebo. Non c’è angolo del pianeta che non abbia visitato. È un regalo del lavoro più bello del mondo».

Si è presentata perfino da Paolo VI in minigonna…

«Però non mi disse niente. S’immagini lei… A quei tempi».

Minigonna richiama Brigitte Bardot.

«Non la vedo mai, ma la sento. Però mi ha scritto da poco “Alla mia pistolera amata”. Che dolce. Ora vive isolata con i suoi animali».

Invece in Vaticano ci è tornata.

«Wojtyla volle che leggessi le sue poesie in italiano. Fu un’emozione».

E papa Francesco…

«Una figura immensa. Mi piace perché è molto aperto e tocca argomenti che altri hanno lasciato in sospeso…».

Tornando ai registi emergenti, viene in mente Fernando Trueba.

«Già. L’artista e il suo modello, mai tradotto in italiano. Non sapevo come guardare Trueba. È strabico, a dir poco. Poi lui mi ha tranquillizzata: “Claudia, vedo con tutti e due gli occhi, sai…”».

E Il figlio di Mehdi Ben Attia.

«E’ un film sull’omosessualità. In Tunisia non volevano lasciarcelo fare, sostenendo che là il fenomeno non esiste. Poi quando hanno sentito che c’era la Cardinale, forse perché sono nata lì, hanno accettato. Ma la cosa divertente è che i protagonisti maschili, i due gay insomma, erano due dongiovanni impenitenti e correvano dietro a tutte le donne che vedevano. Le ragazze dovevano stare attente. Molto attente. Con loro».

Il presente è il bulgaro Boris Despodov.

«Girando Once upon a time in western siamo tornati sui luoghi in cui feci con Leone C’era una volta in America. Sono rimasti tali e quali. Divertentissimo. Uscirà quest’anno».

Con quali attori è rimasta in contatto…

«Alain Delon e Jean Paul Belmondo. Anche se mio “fratello” era Jean Claude Brialy. Poi mi ha lasciato “figlia unica”».

A qualcuno doveva pur darla la fregatura. Ricorda chi lo disse…

«Azzardo, la Cardinale».

Bello, onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, per la precisione.

«Ricordo che a Brisbane ci accarezzavano tutti. Io e Alberto  [Sordi, ndr] non capivamo. Erano gli emigrati, quelli partiti con la valigia di cartone. “Siete un pezzo d’Italia” ci ripetevano con le lacrime agli occhi».

 

 

 

 

 

 

 

 

Il futuro è una cartolina a Roma.

«S’intitolerà Una gita a Roma, ma non so ancora chi ci sarà. È in divenire».

Tornerà dove tutto ebbe inizio. All’ombra di Mastroianni.

«Un uomo al quale ho resistito».

Ma se le domandano qualcosa che non le piace che cosa risponde…

«Dico altro. In fin dei conti quando riparammo in Francia, durante la guerra, ogni volta che in classe facevano l’appello bisognava declinare nome e nazionalità. Io sono italiana. Dissi che discendevo da Richelieu. In fondo era cardinale…».

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