L’idea che la mia vita sia una favola, di per sé è una favola

 

 

 

 

 

 

Madre o principessa. Attrice o madre. Stella di Hollywood o moglie splendida di un regnante. Ex diva da Oscar  – Grace Kelly ne vinse uno con La ragazza di campagna di George Seaton – o sovrana campionessa della solidarietà. L’interpretazione biografica della vita di queste principesse è sempre contesa e dilaniata tra i due poli di questi interrogativi. Modi diversi di vedere e ricordare che si trasformano in autentiche trappole cinematografiche. E non è un caso che per Grace di Monaco di Olivier Dahan – peraltro già pratico di biografie avendoci regalato nel 2006 quella di Edith Piaf in La vie en rose – valgano per molti versi le stesse considerazioni occorse per Diana di Oliver Hirschbiegel.

Le differenze tra Diana e Grace sono marcate quanto le analogie. Entrambe di nascita altolocata, entrambe destinate a sposare un sovrano, entrambe sensibili e attive nella solidarietà, entrambe morte prematuramente quasi alla stessa età, entrambe vittime di incidenti d’auto. L’una è stata motivo di scandali a sfondo sentimentale, l’altra fredda e quasi algida ma terribilmente bella e affascinante. Una era una diva dello star system cinematografico, l’altra era l’erede di una famiglia di sangue blu anche se un po’ annacquato. L’una ha avuto due figli maschi, l’altra invece due femmine e un maschio. L’una era desiderosa di tornare sul set, l’altra si era assuefatta, suo malgrado, alla vita di corte. Entrambe, oggi, un mito.

Eppure un denominatore comune in più le congiunge sul grande schermo. Vite travisate. Manipolate. Ridotte a un feuilleton che le impoverisce e depaupera lo spessore di una donna, in quello che non fu o fu solo in parte. Con la differenza delle due attrici. Nicole Kidman eccelsa per rassomiglianza e recitazione, più di quanto non lo sia stata Naomi Watts nell’ex moglie del principe Carlo. Ed è la diva australiana l’asso nella manica di Dahan. Una fuoriclasse assoluta che riscatta un intero film, destinato a lasciare di Grace quello che fu soltanto una tessera minuscola del mosaico delle varie caratteristiche della principessa. Discutibile la chiave interpretativa che tende a trasformare in realtà ciò che realtà non fu. Non toccò alla seppur apprezzata vena benefica di Grace smussare le tensioni politiche tra il Principato e la Francia, che aveva imposto l’embargo, legato a motivi di mancata pressione fiscale monegasca, motivo di attrazione di facoltosi contribuenti francesi.

Eccessivamente marcati i tormenti di Grace Kelly, tentata dal copione di Marnie di Hitchcock, al punto di discuterne fino alle liti con il marito. E il marito stesso, quel Ranieri, sopravvissutole fino al 2005, così diverso come carattere dal modello presentato da Tim Roth. Un uomo freddo, elegante e distaccato che diventa una sorta di caricatura di se stesso, iracondo fino al limite tollerabile e poco consono, anche nell’aspetto estetico e nell’atteggiamento, a quello che sembra più un piccolo boss della criminalità che un principe vero. Quale fu Ranieri III. In ogni caso la Grace di Dahan si trova davanti a un bivio. Tornare a Hollywood, oppure accettarsi come madre e moglie. In realtà, grazie al suo carisma ineguagliabile, essa seppe conciliare i vari ruoli e al cinema tornò, seppur pochi mesi prima di venire a mancare, per quel tragico incidente d’auto dovuto molto probabilmente a un malore, che le ha fatto perdere il controllo della vettura, mentre lei stessa si trovava alla guida. Era il 1982. Il suo rientro sulle scene era nato sotto una cattiva stella.

Grace diventa uno spunto nelle mani del regista per scandagliare il tormento da fotoromanzo di una donna proiettata dagli altari patinati del firmamento cinematografico al ruolo di bella statuina in un piccolo staterello al sud della Francia. Biografia svuotata. Come la stessa Grace Kelly. Dahan non ha tradito Gracie, le ha sottratto il suo spessore e, pur senza banalizzarla, l’ha però ridotta in ciò che non era, le ha tolto l’essenza, pur avendo annunciato in apertura che la pellicola è ispirata a fatti veri. Non era vera quella Grace. Era vera invece quella straordinaria Nicole Kidman che salva letteralmente il film dal disastro.

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