E’ la rivelazione del cinema che verrà. E’ sbarcata da Oriente ma guarda a Occidente, là dove stanno i suoi miti in celluloide. Tutti. Da Audrey Hepburn a Tom Hanks. Da Meryl Streep a Monica Bellucci. Da Jude Law a Di Caprio. Ha 24 anni e splendidi occhi a mandorla come ogni coreana che si rispetti. Ha un fratellino piccolo e due genitori che sono felici di avere una figlia sul grande schermo. Lei si chiama You-Young Lee, un nome che oggi dice poco, ma domani dirà molto di più e a tenerla a battesimo è stata Milano e gli Oscar del cinema indipendente. Ha vinto come protagonista femminile di Late spring di Keun-Hyun Cho, un film drammatico con una fotografia eccezionale, costato 533mila euro che uscirà a fine agosto in Corea dopo aver vinto una competizione in Arizona e il Cavallo per la cinematografia e come miglior attrice a Milano, dove è stato proiettato in prima europea. Racconta di uno scultore geniale, all’improvviso minato da una malattia degenerativa, che lo conduce alla morte. La moglie, per restituirgli l’entusiasmo e non fargli perdere la voglia di vivere e lavorare, recluta una giovane modella che diventi per lui musa e ispiratrice al tempo stesso.

Come si è sentita all’esordio nel dover recitare nuda…

“Dapprima c’è stato imbarazzo e qualche difficoltà, poi ogni timore è svanito perché mi sono convinta che era solo un ruolo. Dovermi identificare in una modella mi ha aiutato”.

Lei ha rappresentato la bellezza più che il fascino seduttivo.

“Certamente non esisteva nessun ammiccamento di quel tipo, né blando né superficiale”.

In che cosa consiste per lei la bellezza…

“La considero qualcosa che fa migliorare l’umore e risiede nella profondità della vita e dell’animo. Una persona che si crede bella è una persona vera, perché troppo spesso tutti sono portati a ritenere che gli altri siano sempre migliori e perdono di vista quanto invece c’è di buono e di bello all’interno di loro stessi”.

“Late spring” tocca il tema del rapporto fra bellezza e arte.

“…Ma la vera bellezza non si acquista per denaro”.

Il film tocca anche lo spunto dell’eutanasia.

“Non la condivido e la condanno. E’ un gesto di viltà. Crudele nei confronti di chi resta, per il dolore che si impone ai familiari”.

Dopo questo suo primo titolo che cosa si aspetta da una carriera agli albori…

“Vorrei fare esperienza anche in ruoli diversi. Non voglio diventare lo stereotipo di un ruolo ingessato, preciso e ricorrente. Ho esordito come attrice professionista, ma devo fare ancora molta strada. Sono solo al terzo anno dei quattro della facoltà di recitazione di Seul. Nei primi due un apprendista attore recita solo da volontario, poi può cominciare a percepire un ingaggio. Ora dovrò anche imparare l’inglese perché al momento parlo solo coreano. E di italiano conosco una sola parola. Ciao”.

Va al cinema frequentemente…

“Vado spesso da sola. In Corea c’è anche un sito cinematografico che frequento volentieri. Proietta cortometraggi mai trasmessi sul grande schermo. Li guardo frequentemente perché hanno attrici bravissime e registi di grande talento, decisamente poco conosciuti dal pubblico”.

Qual è l’ultimo film che ha visto…

“Blue Jasmine. Sull’aereo per venire in Italia”.

E il regista che preferisce…

“Woody Allen. Mi piace tutto quello che ha fatto. Non saprei scegliere una pellicola in particolare”.

Fra le attrici…

“Audrey Hepburn, senza esitazione. Tra quelle ancora in attività, Meryl Streep”.

A quale attore va invece il suo Oscar personale…

“Tom Hanks e Jude Law. Certo che però Di Caprio è proprio bello”.

Le piacciono solo gli occidentali…

“Sì. Non sarà un problema, spero…”.

E del cinema italiano che cosa l’ha colpita…

Irreversible [dell’argentino Gaspar Noè, ndr] con una Monica Bellucci, bravissima e bellissima”.

Ma è un film “maledetto” fatto di droga, stupri e violenza. Lei è così dolce ed elegante…

“Ma a me piacerebbe assomigliare alla Bellucci”.

Che cosa pensa del cinema coreano… Kim Ki-Duk ha vinto a Cannes nel 2011 e a Venezia il Leone d’oro 2012.

“Propone storie molto pesanti, ma è un regista che mi piace molto”.

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