Candidato al premio Viareggio Repaci per la saggistica, il volume di Gian Enrico Rusconi 1914: attacco a Occidente celebra a modo suo l’anniversario di una guerra lontana, che l’ex docente di Sociologia e Scienza politica riesce a rendere vicina. Vicinissima. Chi oggi vi si dovesse accostare, via via sfogliandone le pagine, si sorprenderebbe a sentire così recente quella Grande guerra, in cui ciascuno di noi ha perso un nonno. O quanto meno ha visto un nonno combattere al fronte. E una nonna attendere. O addirittura piangere le lacrime amare di una perdita mai ricompensata. Racconti indelebili oggi nelle nostre memorie di figli dei figli di chi quel conflitto l’ha vissuto sulla propria pelle. Racconti che purtroppo non sempre vengono trasmessi agli eredi, perché già filtrati dall’oblio dovuto ai casi che la vita ci offre già mediati.

Per questa ragione, la lettura di 1914 è doppiamente importante. Ha un duplice valore, quello storico di addentrarsi in quell’”inutile strage” come la definì papa Benedetto XV nel vano tentativo diplomatico di fermare l’intervento bellico e quello sociale e testimoniale di tanti racconti del primo conflitto mondiale che ha seminato lutti e spargimento di sangue indiscriminato. Alla domanda che attraversa le pagine di Rusconi – si poteva evitare il deflagrare di una tale bufera – è difficile rispondere con certezza. Gli storici, soprattutto con gli occhi dei posteri hanno una visuale diversa dall’attualità dell’evento e ciò che appartiene al possibile oggi non è detto che tale fosse da considerarsi anche in quell’altro ieri che Rusconi ha il merito di trasportare più vicino a noi grazie a una scrittura e a riflessioni di gran lunga accattivanti e penetranti.

Nondimeno la Grande Guerra di cui quest’anno ricorre il centenario tra convegni, commemorazioni, ricordi e opere anche di discutibile pregio ha – nei decenni – rappresentato un argomento tutt’altro che di facile soluzione. Ernst Nolte, storico autorevole di fama consolidata e bravura impareggiabile, la prese a spunto per delineare un proprio profilo storico-ideologico. E arrivò a concludere che è perfino sbagliato concepire le due guerre mondiali come fatti distinti proponendone invece una lettura e un’interpretazione unica. Come se si fosse trattato di una fosca stagione globale nel cui intermezzo il Novecento ha partorito pericolose forme di totalitarismo e dittatura.

Stupisce che Rusconi, a un tanto attento studio, abbia dedicato poca attenzione senza neppure citarlo o soffermarvisi, pur nell’ambito di un racconto e una trattazione che avevano altre finalità. La prospettiva germanica. Quella austro-ungarica. Il pulpito della Gran Bretagna. E naturalmente gli italiani ai quali viene regolarmente contestato di tutto. Non ultimo l’ignoranza storica di non sapere chi sia Carl von Clausewitz né che cosa abbia teorizzato. Eppure Rusconi, che affida la bibliografia alle note e trancia così un apparato che si sommerebbe ai richiami man mano che procede la trattazione, sembra riferirsi a Nolte almeno in quei tratti in cui sottolinea come l’attacco tedesco alla Francia nel 1939, altro non sia che la prosecuzione dei fatti del 1914, considerati come replica e rivincita al tempo stesso.

Attacco a Occidente è un libro che va letto. Per prendere coscienza di cosa siamo oggi. Perché il mondo di oggi nasce sulle ceneri di un Novecento, i cui presupposti sono la base di ciò che in seguito è stato costruito.

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