Quei quattro ragazzi sotto un lampione… Quando eravamo nell’ombra, tutto scompariva e restava solo la musica… Ecco, quello era il massimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Stephen Castelluccio era uno di quelli che non si tiravano indietro. Perché se ti nascondi non sei del New Jersey. E lui era del New Jersey. Italo-americano di seconda generazione. Un accento napoletano da mettere i brividi, ma nato là. A Newark. Patria di yankees dall’inflessione italiana. “Frankie Valli, ti devi chiamare. Ma con la i, perché sei italiano. E il nome deve finire in vocale. Niente ipsilon, insomma. Che lettera è mai la y. Non si capisce nemmeno se sia una consonante oppure no”. Ed era cominciata così, con una chiacchiera davanti a una birra, una favola e un amore. Frankie Valli con la i faceva il barbiere. Compiacente con un boss all’amatriciana, un delinquente dal cuore tenero. Qualche rapinetta per finanziare lei. La musica. E vennero i Four season, che – tradotto – fa quattro stagioni, come la pizza. Invece era un gruppo musicale. Balordi poco violenti e molto ruspanti. Anche loro all’amatriciana.

Poi divennero leggenda. Come molti gruppi musicali dell’America anni Cinquanta e Sessanta. Molta melodia. Molte birre. Qualche donna. Pochi soldi. E molti buchi. Di quelli che fanno crac finanziario. Cioè debiti. E, quindi usurai. Una toppa ce la mette il vecchio santone della mala, Gyp De Carlo. Uno che si riempie di sé ma non ammazza nessuno. Uno che ha ascendente e una Jaguar, ma vive come un abatino con i dollari che gli escono dalle tasche. Un romantico della criminalità. Scorza dura e sensibilità da vendere. Naturalmente si litiga. Ma, altrettanto naturalmente, ci si rimette d’accordo. Si ritrova armonia. Per così dire. Fioccano i dollari. Stavolta puliti. Fior d’incassi. Spariscono gli strozzini e ci si sorprende – negli anni – con i capelli un po’ più grigi e una valigia di ricordi. Il più bello… Sotto quel lampione. Dove nascevano le rapine. Ma anche i sogni.

Jersey boys è l’ultima creazione dell’ispettore Callaghan. Cioè Clint Eastwood. Un regista che i generi li ha attraversati tutti. E con la stessa sfolgorante disinvoltura. Agilità invidiabile a 84 primavere, che gli permette ora di tornare alla musica, 26 anni dopo Bird, biopic sul jazzista Charlie Parker. Questa ultima creatura – lontanissima dalla perfezione degli Spietati e dall’immensità di Million dollar baby, capolavoro forse ineguagliabile – viene da Broadway e a Broadway, in un certo senso torna. Jersey boys nasce come musical, prima di essere trasposto in film dal Joe lo straniero, made in Sergio Leone, Per un pugno di dollari. E utilizza gli stessi attori  poco conosciuti ai più, che hanno spopolato nelle repliche della Grande Mela. Loro si sono detti lusingati di essere stati scelti da Eastwood e convinti che la designazione sia avvenuta perché ritenuti i migliori per quei ruoli. Joe lo straniero non dirà mai la verità, però nella pellicola solo il volto di Christopher Walken, nei panni del mafioso, è di quelli noti.

Se ce ne fosse bisogno, tuttavia, il buon vecchio Eastwood dà prova di tutta la sua bravura e versatilità, lasciando al musical quello che è del musical, riprendendo però il filone western e quello gangster in più punti. Due generi che conosce benissimo per averli toccati da attore, prima che da cineasta e produttore. Qui emergono in passaggi quasi isolati. Talvolta semplicemente alternati. Come alternata è la tecnica narrativa, profondamente legata alla postmodernità cinematografica in quel ricorso marcato e quasi ossessivo al racconto in prima persona che tutti e quattro i cantanti dei Four seasons offrono a turno allo spettatore. Sguardo in macchina. Pupille dirette verso chi guarda. E spiegazioni precise che governano anche l’uso dei flashback, anticipandone e illustrandone contenuti, salti e incisi. Un manierismo da terzo millennio che seduce e avvince, ma soprattutto tiene incollata l’attenzione di una trama che si snoda in due ore e un quarto di proiezione, di fatto monotematica e quasi biografica.

Proiezione in un presente postmoderno che si ammanta delle seduzioni musicali di un passato indimenticato e indimenticabile, fatto di atmosfere da pub e ritrovi densi di fumo di miliardi di sigarette, che strozzano il fiato e umiliano i polmoni.  Melodie come “Sherry” che sa di quei mitici Sessanta vissuti col pensiero ai Platters, o “Bye bye baby” tra serate  fatte di lacrime e baci, figli  di emozioni e calici alzati, o “Walk like a man” per non parlare del falsetto di Frankie Valli con la i, che risuona anche in “Rag doll” oppure in “Big girls don’t cry” fino ad arrivare alla celeberrima “Can’t take my eyes off you” che ha fatto cantare, ballare  e innamorare generazioni, a partire da allora. E oggi non ha ancora finito di far venire occhi dolci e voglia di salire sul tavolo. Stringere chi si ama. E cominciare quella danza davvero infinita che si chiama amore.

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