L’amore è il segno delle nostre miserie. Ma nessuno compie mai un peccato tanto grande da non ottenere l’amore di Dio.

 

 

 

L’amore e la tonaca. Mondi vicini. Ravvicinati. Tangibili. Ma al tempo stesso tanto lontani. Irraggiungibili perfino. Le due facce di un sentimento, laico e secolare al tempo stesso. Due modi di amare ed essere amati. Modi che talvolta coincidono e provocano cortocircuiti di sensazioni. Condanne nel pubblico ludibrio. Irrisione. Tonache alle ortiche. Dagli altari alla polvere, percorso inverso di un sogno. Di un’ambizione. Di un ministero.

Storia di un triangolo. Insolito. Nulla a che fare con il classico lui, lei e l’altro. O l’altra. Banalissimo intreccio da teleromanzo vuoto. E da commedia in cui l’amante, puntuale, esce da un armadio con l’odore di chiuso. E la polvere che ricopre segreti, più che ricordi.

In lontananza un’ombra. Quella di Satana. Demonio convinto, nato da un sacerdote pentito che l’abito talare ha buttato in discarica davvero, perché “la salvezza è allontanarsi da Dio”. Fuga senza ritorno. Beffe di un incubo dall’alto del quale compare agli orizzonti mentali di una donna ferita in gioventù da un amore vestito da abuso. Ma risarcito come fosse mercenario. Violenze e insulti che avevano preso possesso dell’immaginazione. E mai avevano liberato quell’intelletto ammalato. Afflitto. Impaurito. Poi il grigiore di una quotidianità che avvolge. Ovatta per tutti. Anestetico per sentimenti. Traghetto per approdi sicuri con mari in bonaccia dopo la tempesta.

La madre dell’esordiente Angelo Maresca, liberamente tratto dal romanzo di Grazia Deledda, mette a fuoco proprio il problema dell’amore talare e laico. Paolo (Stefano Dionisi) è un sacerdote convinto che l’attrazione verso la parrocchiana Agnese (Laura Baldi) sia il volto della miseria umana, ma la bontà di Dio sia in grado di perdonare quell’errore. Agnese vuole invece Paolo nei suoi giorni, sposo della sua quotidianità e non di quella di Santa madre chiesa. Maddalena (Carmen Maura), madre del prete, scopre la tresca e cerca di tenere il figlio sui sentieri dell’Onnipotente. I triangoli quindi sono più di uno. La madre, il figlio e la donna concupita con i sensi e con il cuore. Il prete, la pecorella solitaria e Dio. Il ministro di Dio, il diavolo e l’anziana madre. Volti diversi di un medesimo amore. Mortale. Ideale. Onirico. Rispettivamente.

Maddalena,  Paolo e Agnese sono i volti di ciò che è terreno. Fallace, forse. Effimero come lo sono gli uomini nel loro terrestre ancorarsi a ciò che non appartiene alla sfera celeste. Alla Santità. Alle idee. Raffigurano l’amore terreno, quello di una madre verso il figlio e quello di un uomo verso una donna in relazione vicendevole e bilaterale.

Dio, il clero e la pecorella rappresentano le figure religiose della comunità. Di quel consorzio umano tanto caro al Verismo che sembrano trovare nella Deledda una sorta di contrappunto insperato. E forse non sperabile, né assimilabile. In questa cornice i dubbi e le sofferenze morali del sacerdote sono l’aspetto dell’uomo, a metà strada fra il comune mortale e Dio. Il sacerdote ha i connotati dell’uomo ma cerca di adattarli al mistero religioso. Alla lettura dei comandamenti. Alla parola di Dio. Alla misericordia. All’infinito amore che non è più soltanto quello terreno, ma anche quello del supremo Dio.

Infine il prete, Satana e la madre. Immagine di religiosità. Sono concetti che evocano il Bene, il Male e il libero arbitrio dell’uomo, qualora all’anziana figura materna si sostituisca il giovane sacerdote. O comunque quella sorta di unità trinitaria presente sul Golgota. La madre ai piedi del figlio, alla base della croce, trasposizione e metafora del Male e del riscatto da esso per la conquista del perdono e della salvezza eterna. In qualsiasi caso l’elemento umano compreso fra l’empireo celeste e l’infimo abisso del maligno.

La madre è un film importante. Respingente, per molti versi. Ma terribilmente attuale soprattutto in chiave di approfondimento sul ruolo dei sacerdoti. Sulla loro incapacità a mantenere il rispetto dei voti di castità. Sull’inclinazione a cedere all’amore terreno. E ammette la paura. L’esistenza dell’incubo. Quella dimensione onirica che porta l’anziana madre a contatto con Quirico – Satana appunto – che in questo film assume un nome sacro. Un martire della cristianità nel mondo pagano. Quirico era un bambino, ucciso dai Romani perché aveva sostenuto la madre nel dichiararsi cristiana nel mondo pagano. Lei finì decapitata. Il piccolo fu lanciato ai piedi della poveretta prima dell’atto supremo. Da notare anche la tradizione cattolica e di santità di tutti i nomi scelti per i protagonisti. Paolo, il convertito sulla via di Damasco, che finisce per tornare “come le onde di quel mare grigio, nel grigiore della quotidianità umana”.  Agnese santa dal martirio orrendo e dalla presenza ricorrente nell’iconografia cristiana. Maddalena, la pia donna che fu peccatrice autentica, perdonata dall’infinita misericordia di Dio.

 

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