Le scimmie hanno cominciato questa guerra, ma gli uomini non perdonano

 

 

 

 

Ogni democrazia ha il suo nemico. Una serpe nel seno che ruba armi. E uccide. Talvolta sbaglia mira e coglie la pace. Non esseri viventi ad averne la peggio, ma idee. Ideali. Per i quali combattere e spendere vita. Due famiglie specularmente contrapposte i primati e gli umani. Due comunità di sopravvissuti a un’apocalisse totale e totalizzante. Due comunità sorprendentemente simili nella struttura. Una parte di essa vuole la pace e la convivenza con l’Altro. Il diverso. Cerca la cooperazione. Si spende che perché l’integrazione sia compiuta. E la pace, garantita.  E una fazione che cerca la supremazia. Assoluta. A prescindere. L’affermazione della specie. Il potere. Il comando. E non esita a ricorrere al più antico strumento inventato. La guerra.

Inizialmente Apes revolution – Il pianeta delle scimmie di Matt Reeves si apre su due frontiere contrapposte. Gli uomini che amano le armi. Le usano. Sparano per uccidere. Ed è distruzione. Annientamento. Di tutto. Perfino della speranza. Per converso gli animali sono i pacifisti che desiderano vivere e lasciar vivere. La stripe leale che preferisce la non belligeranza allo scontro, destinato inevitabilmente a concludersi con perdite consistenti da entrambe le parti. La due fazioni si riconoscono. Stabiliscono rapporti. Comunicano. E collaborano. Lo scopo è una pax aeterna, vivaddio nell’Aldiqua invece che nella solita impenetrabile Aldilà. Lo schieramento avversario, fatto di guerrieri, è fratricida e contrapposto. Disposto a uccidere i propri simili. A lasciare che i propri simili uccidano. E a uccidere i loro nemici. Tre fronti per una lotta senza fine e senza quartiere.

Storia di un film infinito che infatti non finisce perché il tormentone tra guerra e pace è di per sé stesso infinito e inestinguibile. Nonostante le distruzioni. Gli uomini. E gli animali. I buoni e cattivi propositi. Apes revolution ha un’evidente impronta pacifista ispirata alla convivenza tra gli uomini. All’accoglimento del diverso. Al desiderio di integrarsi in altrui comunità. Alla non xenofobia.  Combattuta con le armi di chi non ha paura. E non teme nemmeno di emarginare gli elementi pericolosi. Coloro cioè tra i propri simili, capaci di mettere in crisi questo assetto.

Storia di guerre esogene, portate da fuori, insomma. E penetrate a tradimento. Cavalli di Troia ante litteram che s’insinuano. E guerre endogene.  Koba, un insospettato e insospettabile Brute filii mi, che spara a Cesare, il primate tra i primati. Il sovrano monarca. La guida saggia e autorevole che scongiura i conflitti, fonte di morte anche per la propria schiatta. Koba è il passato e il futuro. E’ l’inizio della stirpe e la frontiera trimillenaria di avveniristiche mitragliette. E’ Bruto. E bruto. Perché una maiuscola, talvolta, fa la differenza. In un tempo non-tempo che mescola e fonde. Sa di ieri. Oggi. E domani. In una stessa frazione di attimo. Clessidra inamovibile e perpetua che cristallizza le ere.

Verrebbe da chiedersi, banalmente, se le scimmie ribelli che innescano lo scontro per affermare la propria supremazia, rinnegando il principio “Casa, famiglia, futuro” dell’autorevole Cesare, siano di destra o di sinistra. Dare un colore alla pace e, contemporaneamente, alla guerra. Stabilire, per converso, se il rivoltoso è di destra o di sinistra. Se la mano che attenta al proprio re è la destra o la sinistra. Per poi forse scoprire che la follia – quella che conclude il film, prelude a una nuova puntata, ma lascia irrisolta l’intricata questione della pace terrena – non ha colore. E non è di parte. Minaccia trasversale all’intelligenza. E al cuore. Sia esso umano. O animale.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , , ,