Ormai sei virale, sul web. Non sei uno chef, sei un virus…

 

 

 

 

Apparentemente, un posto d’oro. In realtà un baratro. L’abisso della conservazione. La morte delle novità. Insomma, sempre la stessa zuppa. Ma quando purtroppo la stessa minestra finisce nello stesso piatto dello stesso critico gastronomico sorge un problema. E lo chef perde il posto. Anche se è d’oro. A qualcuno però può accadere di perdere anche la testa. Ed è la fine. Non resta che ricominciare daccapo. Già, ma da dove… se a mettersi di mezzo c’è pure la tecnologia… Twitter. Facebook. Web. Globalizzazione dell’appetito. E degli appetiti. Così, dal ristorante d’elite al camper del panino “mordi e fuggi” il passo è breve. Andata e ritorno dal paradiso all’inferno sul filo di un menu.

La trama di Chef – La ricetta perfetta di Jon Favreau, in buona sostanza potrebbe essere tutta qui, con buona pace di chi chiede al cinema qualcosa in più di una favoletta. E condisce via – è il caso di dirlo – un film a sfondo mangereccio con il solito raccontino insipido. Invece Chef, che ha un sottotitolo strategico per distinguerlo da un precedente Chef di Daniel Cohen, uscito nel 2012, non solo ha contenuti salati e non piccanti, ma soprattutto dimostra che sul grande schermo, il filone gastronomico non è un genere, bensì una scelta che consente di approfondire temi e spunti dei nostri giorni. Cibo in cui finiscono amori e passioni. Odio. Rivalsa. Vendetta. Difficoltà di comunicazione. E finalmente successo. Perché ogni pranzo che si rispetti finisce sempre con il dolce.

Non solo piatti succulenti, insomma, anche se da questi – inevitabilmente – si parte. Pranzi abitudinari, tuttavia. Scontati. Pretesi da un direttore conservatore e conservativo. La solita zuppa, come si diceva. Stucchevole per chi la cucina. Sordina culinaria e fantasia tarpata. Il confronto tra il nuovo e il vecchio. Tra chi non osa e chi vuole la sfida. Una partita vinta, come sempre, da chi ha i soldi e decide. Il patron, un invecchiato Dustin Hoffman, impone il suo credo, fatto di ovetti al caviale e poco altro. La direttrice di sala, un’affascinante Scarlett Johansson, tace e si adegua per tenere il lavoro. Lui, Jon Favreau, lo chef, sostiene il confronto. E perde la partita. Perché quel manicaretto sempre uguale e quel menu a prova di secoli diventa l’emblema della colpa. Addossata al capo cuoco. Deriso e svillaneggiato pubblicamente.

Il film gastronomico a questo punto inforna un tema che il nuovo millennio ha reso compagno quotidiano di ogni vita. I rapporti mediatici. Twitteriani cinguettii che spezzano reni e carriere. Lo chef, che conosce i segreti delle cime di rapa e degli arrosti, ignora le armi dell’homo teconologicus e ne apprende i segreti dal figlio di dieci anni, che vive con disagiato distacco la separazione dei genitori. “Papà, sei virale ormai… Il tuo litigio con quel blogger l’hanno visto migliaia di persone. Forse milioni”. L’onda non si può fermare. Non si può spegnere il fuoco sotto la pentola dell’odio internettiano. Ma, dalla guerra, esce con le ossa rotte proprio il cuoco. Fatalità del mondo postmoderno, il trash può regalare celebrità e quando lo chef è ormai alle corde, vittima dei social network, sono proprio i social network a riscattarne le sorti. Riconosciuto casualmente e idoleggiato per quello scatto d’ira, diventa il divo con cui farsi scattare foto ricordo. Da mettere on line, ovviamente.

Ma Chef, nel frattempo, è diventato altro. Un road movie, come si dice. Miami-Los Angeles, coast to coast. Su un furgone che distribuisce panini come nella tradizione del fast food che non si chiami McDonald’s o simili. Successo garantito. Il merito va al cuoco che ritrova uno dei suoi ex collaboratori, ma soprattutto a quel ragazzino di dieci anni che vola su twitter e cinguetta con l’universo. E avverte dell’arrivo di “El Jefe” con quell’anticipo che basta per far trovare la coda di affamati davanti al camion. Storia di amore e odio che passa attraverso ketchup e patatine. Hot dog speciali. Piatti del mangiare veloce. Ma diversi dagli altri food truck, in gergo stelle e strisce. Così accade che il nemico si metta in coda per interposta persona. Applauda allo chef che stroncò. E gli offra di aprire un ristorante a sue spese. Con i milioni della vendita del sito web e ogni scelta gastronomica la affida a lui. Lo chef della discordia.

Storia di odio e amore. Sul filo di una cottura lenta ma precisa. Gli occhi dolci di Molly, la direttrice di sala che vuole la felicità dell’amico cui concederebbe anche se stessa, se ne fosse capace. Gli occhi imprenditoriali di Inez, una seducente Sofia Vergara, nei panni della ex moglie. E moglie torna ad essere quando lo chef scende dal camper. Si rimette il cappello da cuoco e torna in cucina. Mentre lei, Inez, la manager di se stessa, si riscopre maitre del “Jefe”. Il bambino ritrova una famiglia. Come in un’idealistica metafora, gli ingredienti adatti rendono appetibile il piatto. E’… la ricetta perfetta. Vite che si ritrovano. Ognuna al suo posto. Come quella del critico che si siede a tavola. Per mangiare. E tacere. Perché il miglior complimento che si può fare a chi cucina è mangiare in silenzio. L’assenza di parole è concentrazione sul gusto. Un piacere per volta.

 

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