“Gli indiani non diventeranno mai francesi e i francesi non diventeranno mai indiani”.

 

 

L’intollleranza è un male strisciante che all’improvviso esplode. Ha l’urlo del ribelle. La violenza del vigliacco che trova il coraggio del branco. Ha l’invadenza del fuoco. E intosssica come il fumo nero che invade i polmoni. Sa di chiuso la xenofobia. E della paura di esserci. Sa di monopolio arrogante e della pigrizia della competizione.

Hundred foot journey di Lasse Hallstroem, acclamato autore delle Regole della casa del sidro che gli valse l’Oscar e Chocolat non tradisce la passione e l’inclinazione gastronomica di un regista che lascia larghissimo spazio al cibo sul set. Presentato al festival di Locarno e non ancora tradotto, il film sposa tematiche diverse che lo mettono comunque al centro del dibattito sociale e politico attuale. L’entusiasmo suscitato in Svizzera sarà quindi un assaggio delle riflessioni che accompagneranno l’uscita italiana della pellicola che già desta curiosità per la versione del titolo, come si sa, spesso folkloristica di nazione in nazione.

Hundred foot journey è una favola che attraversa i problemi di integrazione a varie latitudini. Dapprima è intolleranza indiana, fatta di assalti a ferro e fuoco che seminano morte. Poi diventa diversità civile. Culturale. Geografica. E perché no, agricola. Cioè gastronomica. “A Londra le verdure non hanno anima”,an he per questo ha senso andarsene. Ma la civilissima Francia non è meno severa per gli stranieri che arrivano con una valigia di cartone, piena solo di speranze e qualche ambizione. Quando poi il confronto si fa duro e il terreno di combatttimento è una tavola imbandita, lo scontro non ha esclusione di colpi.

Un successo che soddisfi ad ampio spettro entrambi i contendenti ha il sapore amaro di una nuova piccola emigrazione. Perché sul cibo non si scende a patti. E tutto il mondo non è affatto paese. La dice lunga quindi il disprezzo francese per il tandoori e il ricambiato orrore per il piccione. “Cucinare è uccidere” e poco incide se il rispettoso spirito vegano finisce maltrattato e martoriato. Tra aragoste. Pesci. Granchi. Pollame. Lumache. E tutto ciò che vive e, a suo modo, ha un’anima. Le salse orientali non sono besciamella e bourguignonne. La nouvelle cuisine nulla sa delle spezie. Insomma, storia di una diversità che si esprime attraverso il cibo. Il gusto del mangiare. L’arte di comporre un menu.

E poco importa se l’abilità si misura sul piccione ripieno ma le prove si superano facendo un’omelette. E se la laurea avviene attraverso la creatività di preparare un piatto che accoppi il piacere del palato all’appagamento dell’occhio. Hundred foot journey gioca con i sensi. L’olfatto di tanti profumi annunciati e assaporati. La vista che si compiace di un armonico accoppiamento di forme e colori. L’inebriante orgoglio del gusto. La necessità del tatto perché la magia avvenga.

E quei cento passi che separano due mondi dagli opposti margini di una strada vengono superati grazie alla conoscenza. A una nuova confidenza. A una forma di accoppiamento e collaborazione che ha l’effluvio di un amore a prima vista e di un altro conquistato cammin facendo. Pulendo un muro imbrattato dalla xenofobia sotto una pioggia battente. “La Francia ai francesi”. E in questo caso, davvero tutto il mondo è paese. La gretta ottusità dell’ignorante intolleranza ha contrappunti in ogni dove. Ma una terrina di sapori internazionali trasforma quei cento passi – così vicini e così lontani – in quello che realmente sono.
Niente.

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