A questo mondo non puoi scegliere di non soffrire, ma puoi scegliere per chi soffrire.

 

 

 

 

Hazel Grace ha un problema. E soltanto sedici anni. “Vorrei che si risolvesse ascoltando Peter Gabriel…” ma non è questo il caso. Il “problema” è quella subdola malattia che fa schifo perfino nominare. E, anche quando guarisce, impone un pedaggio. Della serie, me ne vado ma mi porto via qualcosa di te. Ad Hazel Grace sottrasse il respiro. Ma quello che la ragazza non sapeva, lo avrebbe imparato vivendo. Quell’accidente orrendo, che le aveva lasciato in eredità uno zaino con il contenitore dell’ossigeno e due cannucce nel naso, si era portato via anche la speranza. E se poi si chiama felicità o amore, poco cambia. Se ne era volata via una mattina come tante quando Gus, appena più grande di lei e finito nello stesso vortice letale, pur patteggiando con il male, non era riuscito a spuntarla.

Colpa delle stelle di Josh Boone è il tentativo di raccontare il dolore attraverso l’amore, osservato attraverso una molteplicità di prospettive. Esiste infatti un sentimento filiale che il Male non mette in pericolo ma sottopone a dure prove. “C’è una cosa peggiore del cancro. Avere un figlio che ha il cancro” ammette Hazel Grace. E confessa anche le sue insofferenze. L’esitante alito del nulla. Il distorto sorriso della solidarietà fittizia. Il bacio di una morte vivente. Ovvero il gruppo di ascolto. Lo frequenta perché “obbligata” dai genitori. Una nuova forma di amore totale e generoso, ma spesso, purtroppo, irritante come la “richiesta” di partecipare alle riunioni di quel deprimente raduno di disperati. La sua presenza in quel consesso è un atto di amore verso un padre e una madre con un male peggiore del suo. Una figlia che ha il cancro.

Tuttavia, quell’assemblea del dolore condiviso si scopre essere anche ciò che non è . O non dovrebbe essere. Il luogo di un incontro dove nasce un sentimento umano. Hazel Grace trova un ragazzo che, come lei, ricambia passione. Simpatia. Sorriso. E quella voglia di vivere che soltanto chi ha visto il baratro sa di avere. Ne conosce il colore. E perfino la voce. Gus ha il suo stesso male. E’ un sopravvissuto in attesa. E inciampa in un’altra forma di amore che la ragazza stessa gli confessa. Un’attrazione fatale per il libro An imperial affliction di Peter Van Houten. Hazel tenta di rintracciarlo ma non riesce nell’intento. Ce la fa invece Gus che si porta a casa anche un invito ad Amsterdam, dove lo scrittore americano si è segregato in una sorta di buen retiro. Il male complica anche la fattibilità di un viaggio semplice. Ma per i due giovani sarà una luna di miele. E una notte di nozze. L’unica.

Ad Amsterdam conosceranno l’odio e la delusione. Non fra loro, ma nei confronti di quell’autore idealizzato al quale Hazel voleva chiedere la vera fine di un romanzo che le aveva lasciato fascino. Ma soprattutto suspense. Si scopre così che talvolta ci si innamora dei mostri. E non è vero che è bello quel che è bello. E nemmeno che è bello quel che piace. Van Houten è un maleducato.

Scorbutico.

Avaro.

Sordido.

Misantropo.

E sa di orrendamente casuale tutto ciò che fa. Compreso scrivere. L’amore mostra la sua faccia più brutta. La delusione. La repulsione. L’angoscia. Un sofferto senso di oppressione che Gus nasconde dietro il sorriso, perché l’amore per la compagna non merita di essere deturpato da una morte annunciata. Ma ha già teso la sua imboscata definitiva.

Il ritorno a casa è l’imbuto verso la fine. E nasconde sorprese. Tra mostri che riappaiono. E l’amore. Permanente. Sempre lì a ricordare che in fondo al tunnel esiste una luce. Anche se è fioca. E non sempre si hanno tutte le diottrie per riconoscerla. Benché la disperazione presti il braccio più della felicità alle asperità del cammino. E “la depressione sia un effetto collaterale della morte, non del cancro”. Perché “la morte fa schifo”. Colpa delle stelle è un buon film con pretese ambiziose tutt’altro che tradite. Profuma di sentimento, ma non delle viole ai piedi dei tavoli di marmo. Raccontare il dolore attraverso l’amore non è compito semplice e il regista vi riesce a metà. La pellicola non delude dal punto di vista dei contenuti , ma lascia perplessi dall’uso della tecnica narrativa. Sembra il “teen movie” che non è. E Boone si serve di artifici discutibili per un’opera drammatica – talvolta disperante e disperata – alla quale sembra che si voglia invece togliere spessore. E’ sbagliata la veste grafica dei titoli di testa, troppo scanzonata e fumettistica, come quella di coda, altrettanto frivola. E’ ridicolo l’uso dei fumetti in sovrimpressione per rendere noto allo spettatore il contenuto dei messaggini che i due ragazzi si spediscono con il telefonino. E’ pateticamente idiota la figura del padre di Hazel Grace, un ebete che vive la malattia della figlia come un incantesimo. Non tutto è da salvare, insomma. Per prendere ad esempio il tono giusto per Colpa delle stelle ci si rivolga a Nadia Tass, regista di So che ci sei, titolo più pertinente nella versione originale, Matching Jack. Simile argomento. Ma ben più centrata modulazione.

 

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , ,