Quello che si semina si raccoglie, avvocato. E un giorno toccherà a lei…

 

 

 

 

Una faccia d’angelo. Una famiglia apparentemente buona. Una ricchezza per due. Due ragazzi di cui si direbbe la solita frase. “Cosa vuoi mai che facciano di male”. E così ammazzarono una barbona a calci. Non per noia, ma per ebbrezza. Famiglie vigliacche. Apparenze sterili che sotto la cenere nascondono un fuoco divoratore.  Roghi sommessi che bruciano vite. Rivoltelle che sparano a bruciapelo per paura. Mazze da baseball che spuntano in abitacoli maledetti. Fermi all’incrocio. Morti e superstiti. Tribunali dove si deve decidere se uccidere per paura è un reato oppure merita l’encomio. Ma al di là della sbarra, tra il pubblico, siede il fantasma del nemico assassinato. Quello che stava sbagliando, ma ha pagato il prezzo più alto. La vita.

I nostri ragazzi di Ivano De Matteo è un film fatto di famiglie e di violenza. Non di violenza in famiglia. Girato con attenzione da un regista che nulla ha lasciato al caso, si parte da un’aggressione. E un cadavere sull’asfalto. Una storia da giorni nostri. Futili motivi di traffico e spunta il bastone di qua e la rivoltella di là. Parafrasi e connessione con il seguito della pellicola, assai ben costruita. Due nemici armati e un paradigma di altri due rivali. Fratelli. Uno, l’ avvocato, difende l’assassino per legittima difesa. Un poliziotto in borghese. L’altro, il medico, deve curare il figlio della vittima. Colpito di striscio da un proiettile rischia la sedia a rotelle. Doppia inimicizia. Uguale violenza.

Due famiglie “per bene”. E modi diversi di interpretare la vita. Quella reale e realista, in trincea, del dottore. Quella finta, quasi di plastica e di ammorbante perbenismo, dell’avvocato. Convenzioni e inganno. Verità falsificate. La vita sulla breccia. Dove si sparano colpi contro nemici che hanno la faccia di una malattia. Altro. Altro da quella guerriglia in doppiopetto, combattuta fra i sorrisi anguillosi di toghe asciutte. Senza lacrime e forse senza nemmeno un cuore che batte. Pulsazioni caricate a molla. A scatto. Vite contrapposte.

Marito, moglie e un figlio solitario. Granitico. Chiuso. Da indomabili e inesorabili silenzi fratturati dai bagliori dello schermo di un cellulare che si accende. Unico cordone ombelicale con il mondo per quel ragazzo isolato.

Marito, vedovo e risposato. Con una seconda moglie e un bebè. E una figlia già grande, biologicamente nata dalla donna che fu. Apparenza, non sostanza. Confronto e opposizione di mondi in contrasto.

Coppie. Un anello che le lega. E un altro cerchio concentrico che dà profondità al film. Due cugini, legati da un amore profondo. Amici. Parenti. Compagni. “Fratelli” che nemmeno sono. Incrocio e unione di due universi lontani. Le loro famiglie d’origine. Provenienze diverse e incontro all’orizzonte. Amore e morte. Sensi abbacinati dall’alcol che devasta. E l’incontro cruciale con la barbona. Uccisa tra le sofferenze, preannunciate da un gesto casalingo innocente quanto crudele. Brutale. Vigliacco. E ripugnante. I deboli massacrati. Come l’astice vivo, preso con le mani in cucina e gettato nell’acqua in ebollizione della pentola. “Tanto non sente dolore”. Parola di un incivile ignorante, già sulla soglia del delitto. Pensieri che si accavallano. Come più tardi per quella misera donna, accovacciata sul marciapiede in cerca di uno spicciolo. E come l’astice muore in pentola, preda di un male insopportabile che lo stupido adolescente non immagina, così la stracciona viene dimenticata ai bordi della strada. Morente.

La società dell’informazione manda in onda il filmato sul piccolo schermo. Ed è dramma. Le due famiglie tornano a confrontarsi. Con sé stesse e la morte. Da un lato chi vuole che i giovani si costituiscano. Dall’altro i pionieri e i difensori del silenzio che assolve. Si finirà con una nuova morte. E infinite colluttazioni. I nostri ragazzi è la conferma di un forte interesse del regista per famiglia e violenza. Se ne era già occupato con La bella gente e Gli equilibristi. Idealmente si inserisce in quel filone che, a inizio d’anno, Il capitale umano di Paolo Virzì aveva arricchito di un nuovo capitolo. Proiezione dei genitori sui figli. Violenze nate da rancori striscianti che le coppie non esitavano a manifestare. Violenze che escono allo scoperto ed esplodono in uno schianto prima della fine. Violenza si aggiunge a violenza. La morte crea nuove morti. E profezia fu rispettata. Fuori dal tribunale la moglie della vittima preannuncia all’avvocato che un giorno una qualche disgrazia toccherà anche lui. Perché chi semina raccoglie. Teorema di una sclerotizzazione della tragedia, tramandata di padre in figlio.

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