Tu e io siamo invincibili

 

 

 

 

 

 

Come in quel salto. Per scavalcare l’asticella. Era un gioco da ragazzi. Per i ragazzi. Non per lui che era un bambino. E quando papà lo aiutò vincere la statuetta del mago, era diventato anche per lui un gioco da ragazzi. Ma serviva una mano per quel balzo vigoroso. Più in alto di tutti. Eppure, quella barriera invisibile, costituita da un’asticella, era già un monito. La vita era fatta di barriere. Più insormontabili che superabili. E aveva costellato il cammino, arduo, di Davide il piccolo e Achille il grande. Due che non si erano mai amati, strada facendo. O almeno così sembrava. L’uno che si sentiva abbandonato dall’altro. E l’altro che forse, a modo suo, non aveva mai abbandonato l’uno. Fino al giorno in cui decise di volare. E con la macchina si gettò d’imperio in un burrone.

 

Forse avrà avuto paura. Quel giorno, papà, forse avrà avuto paura.

 

 

 

 

Una vita fatta di amanti e una moglie soprammobile (Giovanna Ralli). Colpa indimenticabile per un figlio. Fino a quel balzo che tutto chiarisce. Quello nel vuoto. Quello finale. Una statuetta lontana nella memoria che arriva al destinatario per posta. E apre il baule dei ricordi. Davide (Riccardo Scamarcio) è un uomo ormai grande. Che conta i passi e fatica a sopportare la compagnia degli altri. E’ in cura da una psichiatra. Vive di pillole. Ma capisce per primo che forse, quel giorno, papà ha avuto davvero paura. E probabilmente ha urlato. Ma nessuno, in terra e nei cieli, ha sentito il suo grido di aiuto. Ed è precipitato. Solo. Come non era mai vissuto. Davide è il primo a capire. Fu suicidio.

 

Non vi ho lasciato questo film perché ne faceste una simile porcheria…

 

 

 

Era uno sceneggiatore di serie B, Achille. Si sentiva un fallito. E morendo aveva lasciato due vedove. Quella vera. E quella adottiva. Una donna anch’essa sposata alla quale era legato. E alla quale aveva dedicato il computer. Alla “poligama” aveva confessato di aver scritto un’autobiografia, ma senza mai consegnargliela. E Ludovica (Sharon Stone) con la Fede ma senza fede, aveva affidato la missione a quel figlio malato. Compulsivo. Ma apparentemente così normale. Un ragazzo d’oro, insomma. Uno che scambiava la follia con sincerità. E forse in buona parte aveva pure ragione. Restava l’unico a poter frugare nella memoria di un pc in cui non riusciva a trovare nemmeno la parola d’ordine.

 

Era finita. Finita. Era finita per sempre

 

 

 

 

La scrittura. E forse la vita. Erano terminate un attimo prima di quel balzo nel vuoto. Solo. Senza nessuno che lo tenesse per mano. Neanche un folle. Ma i matti spesso hanno la loro logica e lucidità. Davide aveva lasciato tutto. Una fidanzata (Cristiana Capotondi). Un lavoro. Una vita. E, a modo suo, si era gettato anche lui nel vuoto di uno scrittoio che poteva custodire segreti, ma in realtà non custodiva nulla. E andò che quella biografia la scrisse lui. Affidandola alle mani bionde di Ludovica. In prima persona. Come se in realtà Davide fosse Achille. Transfer. Come solo in preda alla schizofrenia riesce così bene. Tanto bene da consegnarla, dopo un processo di emulazione anche fisica di Davide nei panni di Achille. Stessi abiti. Stessa acconciatura. Stesso profumo. L’uno diventava l’altro. E addio pillole. Perché Achille non era matto. E non ne prendeva. Ma Davide soccombe a se stesso. Aggredisce. Mentre il libro vince premi e conquista mercati stranieri. Achille è resuscitato. Davide lo aveva preso per mano.

 

Sto bene qui. E’ bello essere pazzi

 

 

 

 

 

Un anno dopo Davide ha lo sguardo fisso nel vuoto. Ma la lucidità che non ha mai perduto. Né con le terapie. Né senza. Un ragazzo d’oro di Pupi Avati racconta gli effetti della follia e del rapporto padre-figlio con rara delicatezza. Un tema che il regista – orfano di padre fin dalla tenerissima età – ha approfondito in vari film. Il papà di Giovanna. Il figlio più piccolo. La cena per farli conoscere. Diverse tipologie di padri. E pure di figli. Con la conclusione che gli ultimi sono spesso migliori dei primi.

E’ un film intriso di amore sotto infiniti versanti. Quello di un uomo che detesta il genitore finendo per capirne il retroterra, pur senza condividerlo. E di un ragazzo che diventa adulto e, dall’iniziale astio per quel padre sconsiderato, arriva a sovrapporsi e identificarsi completamente in lui. Diventarne una versione identica. Non solo assomigliargli. E scrivere per lui il capolavoro che questi mai aveva scritto finora.

L’amore adulterino per la donna che aveva letto parole, forse mai pronunciate. L’amante di Achille diviene la fatina che indica al figlio la strada sconosciuta. E poi si ritrova ad amare anche lui. L’amore materno di una donna che capisce la follia di un ragazzo che conta i passi in casa. I gradini dello stabile. E… L’amore di una fidanzata impossibile. Sovrapposizione di figure. Sovrapposizione di sentimenti. Cambio. Ricambio. Mentite spoglie. Transfer vero e proprio. Trasferire altri nelle proprie membra. E se stessi in quelle altrui. Anche questo è la follia. La follia di sentirsi sani. La consapevolezza di essere folli. La capacità di dimenticare se stessi e diventare altro. Altri. Come un pubblicitario che trova l’alter ego schizofrenico di un genitore nell’angolo più nascosto di se stesso. “Io e te siamo invincibili, papà”. Follia. O forse realtà.

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