Qui non devi ascoltare quello che si dice, ma quello che non si dice…

 

 

 

 

I film sulla mafia hanno una caratteristica comune. Fanno rabbia. E trasformano questa collera, soffocata nel nulla, in un’energia insopprimibile. Violenta quanto lo è la sopraffazione che opere cinematografiche e letterarie denunciano senza reticenza. Il filone è ricco. I precedenti si moltiplicano, ma l’impressione è sempre la medesima. Anche quando il tono è scanzonato. Anche quando non mancano momenti più leggeri. Anche quando l’onorata società, in doppiopetto, non spara con la lupara, ma taglia le gambe a chi resiste. Toglie il fiato. O meglio il cibo.

La nostra terra di Giulio Manfredonia è una storia dei giorni nostri. Non più padrini-padroni. O forse non solo padrini-padroni. E’ storia di colpi di stato agricoli. Di ribaltamento di proprietà. Di terreni rubati, come solo la mafia sa fare. Incendiandoli. Terra bruciata alle spalle. Ma è storia di un oggi che scandaglia l’odiosa controffensiva della mafia, per recuperare i beni che lo Stato le sequestra. E riconsegnarli a cittadini onesti. Contadini prestati dal nobile mondo di chi le braccia le usa per scrivere. Per studiare. Per spulciare norme. Per pilotare computer. E si ritrovano invece a riadattare un casale. Testimone di attentati col fuoco, nei tempi andati. La pellicola è la vicenda di due famiglie in cui i mezzadri con un colpo di mano si impossessano della titolarità dei  proprietari. Rendendoli schiavi. Poi la rete si allarga. I nuovi “signori” prevaricano discendenze. Dominano. Fino a trovarsi incastrate in un meccanismo che conoscono ma dileggiano. La legalità. Manipolando la legge a modo loro.

E nel latifondo arrivano cooperative di cittadini. Solidarietà. Equità. Ma scarsa dimestichezza con vanghe e trattori. Sementi. Irrigazioni. Fertilizzanti non chimici. Raccolti bio. Brutti ma buoni. E quando il boss torna in libertà, per quel sistema di lacci e lacciuoli che lascia sempre ampio margine al delinquente e nessuno al probo viro, torna la paura e la prevaricazione. Il sopruso arrogante. Sentirsi sotto scacco. Sapere di non avere armi perché le uniche utilizzabili hanno già sparato a vuoto i loro colpi. E la politica non sente ragioni. Non è capace di opporsi. Non sa creare un argine. Finché il capobastone s’infila in un vicolo a senso unico. Una strada chiusa. E quella terra che già aveva rubato un tempo, vuol renderla ora sterile. Inutilizzabile per sempre. Veleni nella falda acquatica. E il gioco è fatto.

Tuttavia Cosimo (Sergio Rubini), figlio degli antichi proprietari derubati, che aveva sempre tenuto manforte al boss di nascosto, per paura si ribella. Denuncia l’attentato contro l’ambiente. Prepara la trappola. E rende inoffensivo l’ultimo assalto del padrino che vuole “uccidere la terra”. Tenere sotto scacco la comunità solidale, “bruciandogli” il mercato della vendita dei prodotti agricoli non gli era bastato. Quei campi dovevano smettere di produrre. Per l’eternità. Ma l’attentato viene sventato. E finalmente il casale torna a vivere. Cosimo che prima scese a patti, stavolta rifiuta di avvelenare la “sua” terra. Quella dei Bonavita. Quella che i Sansone avevano oltraggiato e, nei decenni, continuavano a oltraggiare.

La pellicola di Manfredonia si discosta da tutti i precedenti. Di rado si era parlato di mafia in rapporto al cibo. Agli alimenti. Al mangiare. Ora, quasi fosse un ardito paragone, arriva la mafia che mette alla fame. Il tema di fondo è il conflitto per un terreno che produce pasti. E si riflette nell’alimentazione. Sulla corte del rustico riadattato con molte magagne e poca efficienza, si celebrano molti pranzi che evidenziano la necessità di creare coesione nell’eterogeneo gruppo dei nuovi coltivatori. Un paralitico. Un immigrato. L’indigeno. La battagliera figlia della legalità (Maria Rosaria Russo). Una salutista (Iaia Forte). Una coppia omosessuale. Un avvocato poco in dimestichezza con il sud (Stefano Accorsi). Uno spaccato della società di oggi. Frastagliata come questo gruppo di volontari liberi.

La nostra terra è ambientato in un meridione non caratterizzato. Inflessioni pugliesi, legate alle reali origini di alcuni interpreti e un ballo napoletano, non sono sufficienti a dare un’impronta geografica che resta sfuggente. Potrebbe essere un fazzoletto di qualsiasi Mezzogiorno d’Italia. I pranzi devono suggellare l’armonia. Serrare le fila di chi combatte per coltivare qualcosa da rivendere onestamente. Ma il pasto successivo è a base di pomodoro. Dal primo al dessert. Perché quel pomodoro non ha mercato. Sono brutti a vedersi e “la gente compra le fotografie” non la verdura. Restano sette tonnellate da ridurre a fertilizzante, ma c’è chi non ci sta. E la passata in cui si trasforma quel raccolto diventa il cibo di tutti i giorni, cucinato da un uomo dai “gusti diversi”. Le melanzane invece vengono inquinate volontariamente. L’attentato avviene di notte. Cibo sprecato. Cibo ucciso. Poi, per tanti versi, resuscitato. Dopo l’arresto dell’avvelenatore. Un attimo prima che riversasse nella falda acquifera il liquido tossico. Veleno per la terra. E per l’uomo.

I pomodori non trasformati in conserva sono finiti sulla camicia bianca del boss, riabilitato in una pubblica cerimonia, prima di essere incastrato dal suo stesso complice. Ma non sono più gli stessi. La terra viene finalmente riconsegnata a quella comunità di solidarietà in cui odi e amori si erano mischiati alla lotta. Perché guerra, rancore e sentimento sono forme di vita. E stavolta l’agricoltura bio trionfa. I prodotti di quei campi, contesi e dilaniati, ottengono il marchio di genuinità. Finiscono sui mercati che contano. Sull’appetibilità della tavola. La nostra terra è la mafia agroalimentare. Storia di alimenti adulterati. Ma anche lotta perché ciò che viene sottratto alla mafia non torni alla mafia. E le cifre fornite in coda al film sono allarmanti. Ritratto di una sconfitta che, con la volontà di tutti, forse un giorno potrà diventare un successo. Oggi è ancora troppo esiguo per definirlo tale.

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