Gusto del macabro e della tortura. Non tanto e non solo perché mette sempre un certo ribrezzo una donna fatta a pezzi. E, se fosse un uomo, ben poco cambierebbe. Ma anche perché l’assassino è tra noi e l’annuncio è di quelli neanche troppo criptati. Il biglietto da visita è un cadavere maciullato “regalato” al guardiano del cimitero con la studiata arte di chi vuole che, in fondo, non resti troppo segreto. D’altronde mai potrebbe rimanere nascosto un delitto tanto efferato.

Quello de La preda perfetta di Scott Frank è un mondo capovolto e stravolto perché se la bionda massacrata è la donna di un boss che, indirettamente o direttamente, ha schiavizzato anche il suo stesso fratello, l’uomo chiamato a indagare è il più bistrattato dei poliziotti. Ex alcolista che aveva fatto secchi due aggressori in un bar ed era stato privato del distintivo. Ma conservava una sua etica. Quella di chi si corregge strada facendo. Anche se spesso è in salita. Lui, Matt Scudder (Liam Neeson), è uno di quelli che non si arrende, ma invece di compiangere quella sua insolita dimensione di solitudine-esilio in cui è precipitato, torna alla ribalta. Ha un codice, Matt. E dice che i trafficanti non si difendono. Rifiuta di chiamarsi fuori quando comprende che estraniarsi significa mettere a repentaglio l’intera comunità. E accetta, suo malgrado, quello spinoso caso.

Sul sentiero della droga però c’è ben altro e, a tutti i conti fatti, quello degli stupefacenti sembra un peccato perfino veniale. Perché, se il reato è di per sé già gravissimo, di gran lunga peggiori sono i criminali che Scudder deve stanare. Due psicopatici che sequestrano persone. Chiedono il riscatto. Le uccidono. E, non affatto paghi, le restituiscono a pezzi. L’unica volta che non lo fanno e “graziano” la figlia di uno spacciatore incassano soldi falsi e si trovano alle costole l’uomo che poi li ucciderà. New York ha le tinte di una Gotham city che fa spavento. Incute rabbia. Semina il panico. Scudder ce la fa, come in ogni thriller che si rispetti, e la legalità non è ripristinata. Semplicemente due maniaci assassini sono stati assicurati alle braccia di Lucifero.

Matt Scudder non è personaggio inedito. Il discusso poliziotto a riposo con il suo turbolento passato di desperado a stelle e strisce è il protagonista di una serie di fortunatissimi gialli firmati da Lawrence Block che pubblica A walk among the tombstones negli anni Settanta e viene tradotto in italiano nella versione editoriale con Un’altra notte a Brooklyn, poi ora con questo La preda perfetta, fantasioso come larghissima parte dei titoli di tante pellicole d’importazione. Su Matt Scudder sono arrivati in libreria ben 17 romanzi ai quali si aggiungono numerosissimi racconti disponibili in una ventina di lingue. In buona sostanza un personaggio conosciuto e ormai familiari a moltissimi lettori che ne hanno seguito le vicende tra le righe della carta stampata. Adesso questo eroe in scala ridotta fa la sua comparsa anche sul grande schermo perché le sue avventure si prestano come poche altre a un intreccio che sappia mescolare l’avventura con la capacità di far restare il lettore – e ora lo spettatore – con il fiato sospeso.

Matt Scudder poi è personaggio ideale anche per completare un mosaico che sconfina addirittura nella moralità e nell’esemplarietà di un personaggio positivo. Scudder non è il solito eroe precostituito, campione di etica e perfezionismo. Scudder è un uomo sbagliato. Ha combattuto e sconfitto l’alcol, anche se ne ha pagato un prezzo altissimo. E’ un poliziotto emarginato. Un detective senza licenza che lavora nell’ombra. Ma è anche un uomo che combatte il demone della droga. Rifiuta di fiancheggiare quel mondo. Resisterebbe perfino a difenderne i protagonisti, l’unica volta che si trovano dalla parte giusta. Vilipesa. Massacrata. Quella delle vittime. E per questa sua fibra di umanità è più vicino alla gente comune. Sia esso un lettore o uno spettatore. E’ un uomo che ha paura, Matt. Come gli altri. Come tutti. Tra fiumi di sangue e carni mozzate spicca una particolarità che isola La preda perfetta da altre pellicole. Un ragazzino nero che diventa l’aiutante di Scudder. Fin qui nulla di strano. Colpisce che sia una delle pochissime figure a difendere l’importanza di un mangiare sano e biologico nei paradisi di fast food intossicanti, familiari anche al microcosmo di Scudder. Il tipo ha le idee chiare. Niente acque gasate e hamburger. Niente fritti e porcherie. “Io tengo alla salute”. Nel cinema carnivoro sono rari i salutisti.

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