Miliardi di anni fa ci è stata donata la vita. Ora sapete che cosa farne.

 

 

 

 

 

Scienza e quotidianità. Forse cronaca. Droga e scientificità. Potenzialità cerebrali e trafficanti dal volto truce affiancato da chirurghi con lo lo sguardo persuasivo. Traffico di stupefacenti sintetici in cui i corpi umani, maschili e femminili diventano scatole. Contenitori. Passaporti e passaggi per esportare la polvere del nuovo choc e della nuova febbre di sere a cento all’ora. L’eroina è il passato. La cocaina sembra fuori moda. La nuova frontiera è sintetica. Si chiama CPH4, una sostanza naturale prodotta in bassissima quantità dalle donne in gravidanza, intorno alla sesta settimana, per consentire la formazione delle ossa nel feto.

C’è sempre un se, nella fantascienza e Lucy di Luc Besson propone molti interrogativi ipotetici. A partire appunto da quello più ossessivo. Poniamo che questa CPH4, assunta in quantità più massicce, possa portare stadi di eccitazione e quindi far guadagnare ricchezze al trafficante di turno. Ma soprattutto. Poniamo che CPH4 realizzi quello che la vita mai ha dimostrato. Ovvero che l’uomo usa solo il 10 per cento delle sue potenzialità cerebrali e, per l’appunto, questo composto gli doni la possibilità di arrivare al cento per cento. Il risultato è Lucy (Scarlett Johansson), divenuto prima un “veicolo” nelle mani del boss, poi un esperimento umano. La donna si rende conto che la sostanza, liberatasi nel suo corpo dopo essere stata picchiata da un odioso carceriere, le dona poteri inimmaginabili.

Per pilotarne le conseguenze non le resta che contattare il professor Samuel Norman (Morgan Freeman), a San Francisco, dove sta tenendo una conferenza sul tema delle potenzialità cerebrali negli esseri viventi. Uomini e animali. Gli illimitati poteri e l’efficacia del cervello di Lucy, alla quale nulla diventa impossibile, sfociano nell’ubiquità. E nell’onnipotenza. Besson torna alla fantascienza con una nuova eroina – dopo Nikita e Leon – e trova in Lucy la creatura che cercava. Una donna capace di tutto e un’attrice che, nei panni di un soggetto artificiale, aveva fatto esperienza recentemente attraverso l’ectoplasma di Under the skin di Jonathan Glazer. Centratissima anche la figura dello studioso delle facoltà cerebrali. Nella vita reale, Morgan Freeman è un appassionato cultore di questa specifica disciplina di cui è un attento conoscitore e nei panni del docente della materia risulta particolarmente a suo agio.

Eccellente il montaggio parallelo cui Besson fa ricorso senza sosta, alternando le riprese del suo intreccio scienza-fantascienza-thriller con scorci naturalistici ad anticipare  – ad esempio – quanto sta per avvenire. Si noti la scena di caccia con l’assalto del leopardo che sbrana la gazzella. Poco prima che l’antilope-Lucy, ancora ignara del suo destino, finisca nelle mani del trafficante di droga aggressivo come il felino. E il rischio di morire per l’”esplosione” della droga inseritale nel ventre. Una tecnica cinematografica longitudinale a tutto il film, dimostrando l’immensa capacità del regista che oscilla appunto fra il montaggio parallelo con cui si avvicinano due eventi mostrandone somiglianze o divergenze  e il montaggio alternato con cui invece si accostano due eventi che si svolgono contemporaneamente in luoghi diversi. In proposito si faccia caso agli interventi del professore all’università di San Francisco, mentre Lucy sperimenta il lievitare delle proprie facoltà cerebrali per effetto del propagarsi del CPH4.

Lucy è anche una galleria di illustri citazioni cinematografiche e pittoriche. Il gorilla in riva al lago che accosta l’indice a quello di Lucy, seduta su una sedia sulla battigia, richiama alla memoria l’estraneità di ET di Steven Spielberg al mondo degli umani, in cui si trova catapultato. A suo modo la progenitrice della stirpe umana è qualcosa di alieno rispetto a ciò che la circonda, come il suo predecessore sul grande schermo. Ma al contempo essa è anche l’eco delle prime forme di vita scientificamente accertate sul pianeta terra e Besson la ricollega alla Creazione di Adamo, uno dei più celebri affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina, cui viene fatto frequentemente ricorso nel film. E’ il ritorno più dotto alle origini della vita e dell’esistenza. Quando l’uomo non possedeva neanche quel dieci per cento di governo del proprio cervello. Ma si collega anche alla fine di un dramma fantascientifico che Besson chiude con le potenzialità di un intelletto “drogato” che dona la capacità di essere assente e contemporaneamente in ogni luogo.

Pellicola di apertura dell’ultimo Festival di Locarno, Lucy propone tematiche irraggiungibili. La scienza non è in grado di gonfiare il motore cerebrale. E nemmeno la droga, pur nelle sue devastanti proprietà. Lo spunto resta però intrigante pur nella sua impalpabile lontananza che lo toglie dalla sfera dell’umano o del probabile rilanciandolo in quello della pura fantasia applicata alla scienza. Ambiziosa ed efficace, per quanto essa stessa improbabile, anche la realizzazione del film con riprese girate a Taiwan, parametro di un orientalismo simbolo di un’evoluzione accelerata, ma falsato dalle generalità coreane attribuite alla gang di trafficanti che vuol trasformare Lucy in un corriere di lusso della preziosa droga sintetica. Alla cornice asiatica si aggiungono gli scorci parigini, in parte reali in parte ricostruiti nella nuova Cité du cinema, che ha ospitato set di altri film famosi, fra i quali l’imminente Amore, cucina e curry di Lasse Hallstroem o il recente Cose nostre – Malavita dello stesso Besson, e il presidio di San Francisco da cui parla il professor Norman.

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