Così ce lo devono dare per forza il risarcimento…

 

 

 

 

 

 

L’arte di arrangiarsi e una giustizia ingiusta. Di quelle che sorvolano con leggerezza e mettono in galera innocenti. E la liberazione a fine pena diventa un vero carcere. Fatto di pregiudizi da sciogliere e non sempre facili a diradarsi. C’è anche un finto invalido e un azzeccagarbugli delle cause perse a guarnire questo spaccato di un Italia deteriore, fortunatamente frutto solo di fantasia, in una commedia che non fa ridere, ma lascia in eredità più che altro spunti tragicomici.

Quello che accade ne La buca di Daniele Ciprì non stupisce certo italiani assai in dimestichezza con malagiustizia e furbacchioni in ordine sparso che popolano strade e vie come se piovesse. La storia presenta il povero Armando (Rocco Papaleo) incastrato per omicidio, che si è fatto ingiustamente un quarto di secolo in cella. Quando esce trova una madre fuori di sé che non lo riconosce neppure, una sorella che lo caccia come se fosse un delinquente vero e il grande amore sparito per sempre. Ma gli si accoda un cagnolino trovatello che azzanna un avventore in un bar. Il malcapitato (Sergio Castellitto) è un legale fallito che vive di espedienti, pilotando piccole truffe e servendosi di un finto invalido. Si lascia convincere a far causa allo Stato per la revisione del processo in cui è stato condannato, ma la verità non viene ristabilita dall’abilità oratoria e procedurale della Difesa ma dalla casuale riapparizione del vero omicida. Amico d’infanzia di Armando, si presenta a sorpresa per scagionare le colpe dell’amico dopo averlo lasciato marcire in cella. La riabilitazione è concessa ma niente risarcimento e ad Armando servirà un colpo di genio per riuscire a ottenerla.

Il film scorre via come una bevanda leggera. Tutt’altro che un capolavoro, ripropone tipi italiani in scala regalando un pizzico di speranza a chi ha perso fiducia nei confronti della giustizia. Armando trova inaspettatamente anche un amore nuovo in questa lunga trafila di vicissitudini delle quali è, suo malgrado, il protagonista. Il risarcimento è tuttavia il vero tema al centro della narrazione. Un traguardo sottovalutato da Armando che cerca soltanto una propria dimensione onesta e quasi impostogli dall’avvocato perdigiorno, ma poi ottenuto grazie a un colpo di teatro. La ricompensa per quanto patito è spunto caro al regista palermitano Daniele Ciprì che ora lo ha posto al centro de La buca come aveva fatto anche nel precedente, E’ stato il figlio. Qui infatti ad ottenere un indennizzo è una famiglia vittima di un proiettile vagante sparato dalla mafia che uccide accidentalmente la persona sbagliata.

Dopo infinite peripezie l’assegno arriva a destinazione ma viene “investito” in un’auto di lusso che segnerà la rovina dei poveretti. A ben guardare, è la medesima falsariga de La buca in cui il pizzico di ottimismo in più è costituito dal nuovo legame sentimentale, peraltro solo accennato, per nulla connesso con il risarcimento economico inseguito e forse dettato da quel pizzico di umanità che unisce i più umili. La modesta titolare del bar (Valeria Bruni Tedeschi) si lascia catturare dalla solidarietà verso quell’uomo buono vittima di soprusi e pregiudizi. Un passo indietro invece per Castellitto, apprezzato regista di fio per di ben altro spessore come Venuto al mondo e Non ti muovere, tratti dai romanzi della moglie, Margaret Mazzantini, e in prove attoriali più convincenti come Concorrenza sleale di Ettore Scola e Le grand bleu di Luc Besson.

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