Un amore tenuto segreto. Che gesto di immensa eleganza galante…

 

 

 

 

 

L’età del sentimento. I volti dell’amore. Cuore legato. Sposato. Cuore slegato. Innamorato. I confini del sentimento. E i confini del tempo. Un’età che fugge. Un’età che arriva. Un’età senza età. Tre protagonisti di un amore. Tre facce. Tre volti. Nessun triangolo. Non c’è competizione. Esiste complicità. Insondabile. Subliminale. Sottile. Congruenza, non esclusione. Anche se è la biologia, o forse il destino, a escludere. Entro questi steccati si muove Una promessa di Patrice Leconte.

Siamo a inizio secolo. Ventesimo, s’intende. Anno del Signore 1912. E il mondo va come è sempre andato. Un orfano senza parte ma con tanta arte trova un impiego in un’acciaieria. Le sue capacità lo distinguono e il proprietario lo promuove fino al rango di segretario personale, quando la sua malattia diventa minacciosa. Il giovane lascia la stamberga e l’umile fidanzatina e approda nella reggia padronale dove scopre che la moglie dell’imprenditore è di gran lunga più giovane del marito. La spiegazione è in un amore birbante che privò la ragazza del suo compagno, perito in una sciagura montana. Di lei finì per occuparsi un amico di famiglia, che la consolò talmente bene da impalmarla. Restarono gli anni a dividere i coniugi, ma il problema si pone solo con l’arrivo del giovane.

L’anziano marito comprende che il sentimento non può sbilanciarsi troppo e i trent’anni abbondanti che lo separano dalla donna diventano più pesanti che in passato. I due coetanei s’innamorano. L’ultima difesa del vecchio è allontanare il collaboratore, spedito lontano per motivi di lavoro, ma al contempo separato dall’oggetto di un amore ricambiato. Gli amanti si scambiano un voto. Al termine del soggiorno di lavoro – due anni – si riuniranno. Ma nel 1914 scoppia la guerra. Tronca vite e rapporti. Relazioni e futuro. I due innamorati si rivedranno alla fine delle ostilità. Molto sarà cambiato. Loro stessi in primo luogo. Non il loro cuore.

Francese di stampo, costruzione, atmosfere e suggestioni. Tedesco di ambientazione e di provenienza letteraria, derivata dal romanzo dell’autore austriaco naturalizzato britannico, Stefan Zweig, Il viaggio nel passato. Uno scrittore che il cinema ha saccheggiato. A partire dai racconti ai quali si è ispirato Wes Anderson per Gran Budapest hotel, per continuare con Mary, queen of Scotland di Thomas Imbach, sulla base della biografia scritta da Zweig. Oltre a loro Bille August (Pelle il conquistatore e Treno di notte per Lisbona) si è lasciato influenzare da lui per Felicità proibita tratto da L’impazienza del cuore. Scavando nel tempo anche Max Ophuls nel 1948 e Roberto Rossellini nel 1954 lessero le pagine di Zweig rispettivamente per Lettere da una sconosciuta e La paura. Coproduzione franco-belga viene girato in inglese come lingua originale in omaggio ai tre protagonisti, due britannici – Rebecca Hall e Alan Rickman – e uno scozzese, Richard Madden.

Un film cosmopolita che ha forse in questo cocktail uno dei suoi limiti. Le suggestive atmosfere francesi poco si sposano con una geografia tedesca ben più energica e materiale che mal tollera, soprattutto negli scorci post bellici una protesta nazista in embrione e il perfetto timbro anglosassone della pronuncia della Hall e Madden. Ma tante’è. La pellicola ha il pregio indiscusso di riflettere sul tempo, non tanto legato alla Storia, quanto alle storie. Quelle dei singoli. Diversi dagli altri e spesso diversi pure da loro stessi. Il giovane speranzoso che arriva il primo giorno di lavoro in acciaieria non è lo stesso che approda in casa del suo datore. Nemmeno è lo stesso che s’innamora. E distante è da quello che parte. Come dal suo ritorno. Cinque fasi per la stessa persona. E qualcosa di analogo avviene per la donna. E per l’anziano imprenditore. Lento a guardare le prospettive future. Agile a capire i risvolti dei sentimenti più freschi. Sensibile alla fine che incombe.

Tempi che si accavallano nelle vite individuali e si intersecano fra loro. La vicenda e il film di Leconte sono la risultante di questo prodotto, raggiunto attraverso uno scavo di mondi. Lacrime. E palpiti. Il neo è forse solo quello di cedere troppo al tono da feuilleton che finisce per assimilarlo a una banale storia d’amore. Già vista. Sentita. Assaggiata. A indurre a parlare di triangolo amoroso ciò che triangolare non è. L’allontanamento del giovane aitante non è la paura della sconfitta nella contesa di Cupido. E’ l’ultimo sussulto del morente che tacitamente ha scelto di essere fino all’ultimo il burattinaio di un amore.

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