Ma perché ti impegni così… Tanto al primo posto c’è papà.

 

 

 

 

Forse non era stata una scelta. Forse era stata la natura. E Perez non era un cialtrone, semplicemente aveva voluto diventarlo. Perché Demetrio Perez era un avvocato d’ufficio. Uno di quelli che taceva. Uno di quelli imposti. Senza ruolo né nerbo. Un parvenu dei codici. Un pavido nella vita. Per questo aveva scelto di defilarsi. Di non fare discorsi. Di incassare gli insulti degli inquisiti. Perfino quando erano indifendibili. In breve Perez era un perdente perché aveva deciso di perdere. Non perché la vita lo avesse sconfitto. Perez era uno di quelli che nemmeno aveva combattuto. In guerra sarebbe stato un disertore. Non per vigliaccheria, però. A suo modo, tuttavia, Perez ce l’ha fatta. Da par suo, ma ce l’ha fatta. E per fargli trovare il coraggio del coniglio ci sono voluti due camorristi. Due di quelli che non perdonano. Ma Perez ha vinto la battaglia più importante. Salvare la figlia dai tentacoli sentimentali di un ambiguo boss.

Perez di Edoardo De Angelis, presentato fuori concorso a Venezia, affronta l’argomento della criminalità organizzata da un versante singolare. La zona grigia. Esiste cioè una terra di nessuno dove spesso si trovano a coabitare cittadini senza tetto e delinquenti. Per entrambi è un gigantesco labirinto in cui è possibile muoversi ma non uscire. Demetrio Perez (Luca Zingaretti), uomo solo al mondo, con una figlia che lo disprezza pur amandolo, e un amico dedito solo alle gioie del sesso, vive in quest’oasi di impotenza. E se il capobastone Luca Buglione, detto “Centopercento”, ammette di averlo scelto “perché sei un disperato come me, non certo perché sei bravo” spiega esattamente il senso del film. Perez non è la solita pellicola su mafia e affini. E nemmeno è la solita vittima di un’onorata società che strozza e ricatta. La specificità di quest’opera, seconda nel curriculum del regista, sta proprio in quella sorta di limbo in cui navigano a vista galantuomini e malviventi, figli di un eguale vagabondaggio.

Come infatti i gentiluomini non hanno una patente, ma dietro un’apparente incontaminata innocenza nascondono le magagne di un vivere dominato da interessi e convenienze, altrettanto i mafiosi non hanno tessere da esibire per mostrare la loro appartenenza a un’associazione a delinquere. E si rivelano come tali solo all’occorrenza. Anch’essi per convenienza. Anch’essi per interesse. Tutti ostentano la purezza di volti presentabili, consapevoli di non esserlo ma intenti a nasconderlo. E questo lega a doppio filo Luca Buglione, criminale matricolato e Demetrio Perez, un don Abbondio sotto il Vesuvio in una città che volutamente non mostra alcuno dei tratti distintivi di Napoli.  Il capoluogo partenopeo è nominato con chiarezza ma mai direttamente identificato, a significare che tutto sommato la storia di Perez potrebbe essere quella di qualsiasi Perez di qualsiasi città d’Italia.

Naturalmente l’azzecagarbugli di De Angelis dovrà fare appello a tutte le riserve di energie e di coraggio per riscattarsi da quella zona grigia. Dovrà imparare a navigare nel sottobosco. Ad aggredire un toro per sfilarne i diamanti dal ventre. Ad uccidere. Salvare una figlia dai tentacoli di un boss può comportare anche questo. E Perez, chiamato alla prova senza appello, non fallirà.

Il filone “mafia e camorra” è ricco di titoli da creare una lista lunga e interminabile. Perez non è un capolavoro, ma solo la tragedia di un uomo qualunque. E il cinema ha confezionato una galleria immortale e sconfinata di uomini qualunque. Perché anche l’anonimato ha un fascino. Anche il nulla ha i suoi tifosi. Anche l’ignavia e l’apatia sanno sedurre con lo charme di una calma piatta che tuttavia non dura all’infinito, come ben sa Demetrio Perez. E tanti quaquaracquà del grande schermo.

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