Gli indiani non diventeranno mai francesi e i francesi non diventeranno mai indiani”.

 

 

L’intollleranza è un male strisciante che all’improvviso esplode. Ha l’urlo del ribelle. La violenza del vigliacco che trova il coraggio del branco. Ha l’invadenza del fuoco. E intosssica come il fumo nero che invade i polmoni. Sa di chiuso la xenofobia. E della paura di esserci. Sa di monopolio arrogante e di pigrizia della competizione.

Amore, cucina e curry di Lasse Hallstroem, acclamato autore delle Regole della casa del sidro che gli valse l’Oscar e Chocolat, non tradisce la passione e l’inclinazione gastronomica di un regista che lascia larghissimo spazio al cibo sul set. Ma non è una passerella di portate anche se ha il vezzo di sembrarlo. Il film ha pretese più alte e racconta un braccio di ferro. Un’integrazione difficoltosa. Una sfida in doppiopetto. Uno sguardo in tralice. Arcigno. Attraverso i fornelli. Un’occhiata che si fa tollerante. Punisce  il vigliacco. Ma sa riappacificare non soltanto attraverso una pax gastronomica che sazia la sete di vittoria. Anche con il sorriso di un amore che attraversa i piatti. E conquista le stelle.

“Maison Mumbai” nasce così. E’ la disperazione di un assalto omicida. La vita che rinasce dopo la morte. Ma è anche lo scontro, faccia a faccia, con chi non vuole tendere mani. Se non per distrazione, purché non vincolino più di tanto. Poi è il talento a scombussolare i piani. A rompere gli schemi. Perché un indiano dell’ex Bombay può portare nell’empireo la cucina francese. Salire fino alla vetta delle vette. Ridiscendere. Compiere quei cento passi che separano “Maison Mumbai”, ristorante col suo tipico tandoori da quello raffinatissimo di Madame Mallory. E colmare voragini di diffidenza. E’ cibo che unisce.

Amore, cucina e curry è una favola che attraversa i problemi di integrazione a varie latitudini. Dapprima è intolleranza indiana, fatta di assalti a ferro e fuoco che seminano morte. Poi diventa diversità civile. Culturale. Geografica. E perché no, agricola. Cioè gastronomica. “A Londra le verdure non hanno anima”, anche per questo ha senso andarsene. Ma la civilissima Francia non è meno severa per gli stranieri che arrivano con una valigia di cartone, piena solo di speranze e qualche ambizione. Quando poi il confronto si fa duro e il terreno di combatttimento è una tavola imbandita, lo scontro non ha esclusione di colpi.

Un successo che soddisfi ad ampio spettro entrambi i contendenti ha il sapore amaro di una nuova piccola emigrazione. Perché sul cibo non si scende a patti. E tutto il mondo non è affatto paese. La dice lunga il disprezzo francese per il tandoori e il ricambiato orrore per il piccione. “Cucinare è uccidere” e poco incide se il rispettoso spirito vegano finisce maltrattato e martoriato. Tra aragoste. Pesci. Granchi. Pollame. Lumache. E tutto ciò che vive e, a suo modo, ha un’anima. Le salse orientali non sono besciamella e bourguignonne. La nouvelle cuisine nulla sa delle spezie. Insomma, storia di una diversità che si esprime attraverso il cibo. Il gusto del mangiare. L’arte di comporre un menu.

E poco importa se l’abilità si misura sul piccione ripieno ma le prove si superano facendo un’omelette. E se la laurea avviene attraverso la creatività di preparare un piatto che accoppi il piacere del palato all’appagamento dell’occhio. Amore, cucina e curry gioca con i sensi. L’olfatto di tanti profumi annunciati e assaporati. La vista che si compiace di un armonico accoppiamento di forme e colori. L’inebriante orgoglio del gusto. La necessità del tatto perché la magia avvenga.

E quei cento passi che separano due mondi dagli opposti margini di una strada vengono superati grazie alla conoscenza. A una nuova confidenza. A una forma di accoppiamento e collaborazione che ha l’effluvio di un amore a prima vista e di un altro conquistato cammin facendo. Pulendo un muro imbrattato dalla xenofobia sotto una pioggia battente. “La Francia ai francesi”. E in questo caso, davvero tutto il mondo è paese. La gretta ottusità dell’ignorante intolleranza ha contrappunti in ogni dove. Ma una terrina di sapori internazionali trasforma quei cento passi – così vicini e così lontani – in quello che realmente sono.
Niente.

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