Le promesse si mantengono. Anche da morti.

 

 

 

 

 

 

Guardando Roma dal Gianicolo svettano due chiazze bianche. Una è San Pietro e si sa tutto. L’altra, dietro piazza Venezia, è il mausoleo del Milite ignoto. L’altare della patria. Un soldato riposa lì dal 1921. Vi arrivò il 4 novembre. In treno. Da Aquileia. Terzo anniversario della fine del conflitto. Era uno dei tantissimi giovani, con buona approssimazione di certezza italiano, ad essere caduto al fronte. Ma non aveva un nome. Qualche leggenda, frutto di fantasia goliardica, è anche fiorita. Perfino recentemente. Tra libri dotti e azzardi da giornalismo d’accatto, ma con proprietà da narratori fantasiosi. Agili nello slancio pindarico, meno con il rispetto verso chi perse la vita. E dovette subire l’oltraggio di essere rimasto così. Senza nome. Anonimo. Anche se non indimenticato. Fu un massacro la Grande Guerra. Vi morirono in 650mila. Solo gli italiani.

Fango e gloria di Leonardo Tiberi, pur ipotizzando di dare un volto e un nome a quel milite ignoto, restituisce serietà  a un tema che poco si sposa a ridanciana leggerezza. Una narrazione circolare parte da una voce fuori campo che appartiene a un soldato agonizzante, sorpreso da un commilitone di un altro battaglione nei suoi sospiri estremi. Sarà lui a raccontare la sua vita di giovane prossimo alle nozze, quando viene sorpreso dalla bufera bellica. E sarà sempre lui a soffermarsi con metodica accuratezza sui mesi di guerra. Ciò che comportarono. E come finirono. Un percorso che incrocia vari versanti. Fino al furto dell’orologio che rappresentava l’unico segno di riconoscimento e identificazione. Con quel regalo, pegno di un amore che la guerra ha strozzato, anche la famiglia non ha mai avuto un corpo sul quale piangere e portare un fiore. Il commilitone gli aveva rubato anche l’identità.

Tra i due poli c’è il racconto di quattro anni. Trincea, ma non solo. Tutt’altro che trincea. Soprattutto vita. Culturale. Politica. Lavorativa. Drammi ed eroi. Più drammi che eroi. Visti da quell’ufficiale romagnolo che sognava di sposare la sua Agnese ma… “morire a giugno non si può, perché giugno mi è simpatico ed è il mese in cui sono anche nato”. Eppure è lui, Mario, figlio di un tipografo, ad essere sepolto là. Dietro piazza Venezia. Se la sua famiglia non ebbe mai una salma, Mario passò sul treno che attraversò l’Italia e che dall’Italia intera, o meglio rimasta, fu salutato con un fiore. Perché la mano tesa non era ancora di moda. Passò davanti ad Agnese che in lacrime dava il suo addio senza sapere che su quel treno e al Vittoriano riposava il suo amore. Sottobraccio ad Emilio, l’amico più caro del Milite ignoto. L’ipotesi è suggestiva. E suscita emozione. Davanti a quel convoglio che solca la folla corre un brivido. E una lacrima resta lì sulla congiuntiva. Esitante. Anche in platea. Anche oggi. A quasi un secolo da allora.

Fango e gloria è un film dalla documentazione storica attenta e meticolosa. Peccato solo per due scivoloni inattesi. Il trasferimento dell’ignoto militare sembra avvenire dodici mesi dopo la fine della guerra mentre, come detto, passarono tre anni. E banale anche il motivo della caduta dell’impero austro-ungarico, stando alla pellicola, imploso per motivi quasi casuali.  La successione sterile a Francesco Giuseppe. Il dissesto economico. I fragili confini dell’impero. Queste le cause che spinsero il comando a revocare l’ordine di combattimento e a richiamare le truppe a Vienna. Un testimonianza che Fritz Weber, ufficiale sul fronte italiano, ha messo nero su bianco in un libro fondamentale, Le tappe della disfatta.

Il grande pregio del film di Tiberi sta invece sempre all’interno della documentazione storica. Fango e gloria è la risultante di un filone di fiction al quale si aggiunge un massiccio recupero di filmati d’epoca, restaurati e virati al colore con le stesse tecniche del cinema di inizio secolo. L’operazione fonde i personaggi dell’intreccio di fantasia con quello di tanti volti comuni di sconosciuti finiti agli onori ma anche alla polvere degli archivi. La decisione si sposa con un molteplice intento che da un lato intende creare un tutt’uno fra le figure inventate e le vicende di quegli anni e, dall’altro, offrendole allo spettatore a colori restituisce loro una sorta di attualità che la Grande Guerra mantiene pur a un secolo dal suo scoppio. Miracoli di una tecnica che oggi fa convivere la fotografia in 4K con l’intervento di colorazione di immagini ancorate al bianco e nero del 1914. Opposti che si baciano. Si toccano. Come quando Maria Bergamas – il dettaglio riferito nel film è reale – crollò di fronte alla bara del militare scelto. Non si resse sulle gambe. Posò lo scialle sulla seconda. E la toccò. Poi crollò a terra ripensando al figlio, mai più ritrovato. Facciamo finta che sia quello di Mario.

 

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