Le campane non sono un suono di festa, ma un invito a raccolta

 

 

 

 

 

Fu un triennio folle, quello tra il 1926  e il 1929. Morirono in novantamila. Laggiù in Messico. Morirono in nome di Cristo Re e per mano di un dittatore, Plutarco Elìas Calles, convinto che la Chiesa fosse troppo influente negli affari interni. Così varò provvedimenti restrittivi per l’esercizio della fede. Ci furono risposte pacifiche. Boicottaggio di tasse. E raccolta di firme. Ma alle norme si aggiunsero le persecuzioni. E fu guerra. I Cristeros erano poveracci, ma con tanta fede in Dio. E non volevano saperne di rinunciarvi. A loro si aggiunsero anche atei, come il generale Enrique Gorostieta, un veterano di molte battaglie, ormai in pensione, che si era trasformato in un uomo d’affari e si ritrovava una moglie religiosissima che adorava. Un sorta di piccolo Voltaire centro-americano. “Non credo, ma ritengo giusto che esista la libertà di culto”. Un rimaneggiamento verbale di quel “non condivido le tue idee, ma darei la vita perché tu le possa esprimere” di monsieur Arouet, più noto appunto come Voltaire.

Nell’arco di quei tre anni, fino ad oggi dimenticati anche dagli stessi messicani, persero la vita in tantissimi. Nonostante tre encicliche dell’allora papa Pio XI, Iniquis afflictisque, Acerba animi e Firmissimam constantiam. E molti di loro, quasi un secolo dopo, divennero beati e santi. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI canonizzarono tanti di quei martiri dai nomi tutt’altro che celebri, anche oggi che sono saliti agli onori degli altari. Quando finì, la guerra dei Cristeros lasciò sul campo cadaveri di impiccati. Anche bambini. Ma non segnò la fine del governo di quel partito rivoluzionario che continuò indisturbato, nei decenni, a guidare il Paese. Elìas Calles dapprima finì il suo mandato e poi tornò sulla scena politica, quando il suo successore fu assassinato, poche settimane dopo il suo insediamento. Per poi sparire nell’anonimato. Dal 1929, comunque, le brutali leggi di Elìas Calles furono ignorate e i messicani tornarono a sentire il suono delle campane. Si dovette attendere il 1992 però perché le leggi anti-cristiane fossero definitivamente cancellate. Erano trascorsi più di settant’anni.

Fin qui la storia. Quella con la esse maiuscola. Quella che non s’insegna a scuola. Perché il dramma dei Cristeros e la loro guerra denominata “Cristiada” è stata a lungo sotterrata nei capaci e polverosi archivi dell’oblio. Fin quando a Dean Wright – al quale si deve, tra l’altro,  Il signore degli anelli e Le cronache di Narnia – decise di ritirarla fuori dai magazzini della storia dimenticata con un film, Cristiada, che ha il sapore dell’epopea e a suo modo della saga popolare. Un’opera che ha il merito di squarciare il silenzio su un massacro indiscriminato, oggi ancor più attuale a causa dei molti conflitti a sfondo religioso, che ancora attraversano il pianeta a tutte le latitudini. Due ore e un quarto di ottime quanto drammatiche incursioni nella memoria e nel passato per spiegare anche perché in Messico esiste il più grande seminario del mondo vicino a quella Madonna di Guadalupe, teatro di tanti scontri al grido di “Que viva Cristo Rey!”.

La pellicola di Wright fa innamorare e commuovere per volti eroici come quello di padre Christopher (l’indimenticabile Lawrence d’Arabia di gioventù, Peter O’ Toole) che, nella realtà come sul grande schermo, morì insieme ai suoi fedeli nell’incursione dei federali in chiesa. E fu canonizzato anche se aveva un nome diverso dai fotogrammi di Cristiada. O quello del piccolo Josè, che è esistito veramente e veramente fu torturato e ucciso. Che divenne beato per la mano di Wotjla. Ma non resuscitò, col nome di Làzaro, come dicono le didascalie finali del film, forse per rinfrancare inutilmente il morale del pubblico. O quello di Victoriano Ramirez (Oscar Isaac de I due volti di gennaio e A proposito di Davis), soprannominato “El catorce” perché vendicò i morti del popolo, uccidendo appunto quattordici federali, asserragliato in una chiesa.  E come anche Enrique Gorostieta (Andy Garcia) che morì proprio in quegli scontri, nel 1929, dopo aver guidato fino alla fine i Cristeros. Lui che aveva incrociato le strade di Emiliano Zapata. E finiva ucciso per volere di un truculento mostro. Quale Elìas Calles.

Cristiada ha il grande merito di non fantasticare sulla storia. O almeno di farlo in maniera talmente sottile e contenuta da passare quasi inosservato. I gesti di eroismo non sono gratuiti, ma furono reali. Nulla è gonfiato per compiacere la polvere di stelle cui spesso il cinema si inchina senza ragione. Se non quella di compromettere e offendere se stesso. E spiegare a tutti – ieri come oggi – che le battaglie si possono combattere anche condividendo principi, ma non ideali. E, sotto questo aspetto, la figura di Gorostieta è illuminante. Benché ateo, riteneva giusto che la libertà di culto avesse eguale dignità di ogni altra forma libertaria. E non si vergognò di sbattere in faccia con orgoglio il suo “Que viva Cristo Rey” all’arrogante dittatore. E a combattere e uccidere fianco a fianco con i preti. Quelli veri. Quelli che difendevano il loro credo. E, sotto la divisa, avevano la tonaca. Quelli che “prima di combattere, io sono un prete”. Ma sparavano come tutti gli altri.

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